Accedi

sabato 2 giugno 2012

La Storia del Vino




LA STORIA DEL VINO  (di Vincenzo Gagliardini)

La storia del vino è Antica…. Antichissima…….per non dire Arcaica…. tanto da confondersi con le origini dell’umanità.
“Vino” ha origine dalla parola sanscrita (antica lingua indiana) “vena” formata dalla radice ven (amare), o Venus, Venere.
Il vino fin dall’antichità, è stato sempre simbolo dell’amore, della gioia di vivere, un nettare capace di rilassare il corpo, procurare ebbrezza a coloro che sanno apprezzare le giuste qualità di questo nettare, facilitare lo scambio di comunicazione, ma anche mettere in contatto l’uomo, con il sopranaturale.
Come per il fuoco si narra, che anche il vino , fu scoperto casualmente.
Quale sarà allora la vera Patria della vite? (Vitis Vinifera Sativa), è una discendente della Silvestris ? In che periodo, si cominciò ad utilizzare questo frutto per preparare il sublime succo (VINO).?
Rispondere a tale domanda non è semplice,benché siano stati effettuati dettagliati studi. Le documentazioni degne di fede si confondono con la leggenda,mitologia,religione e poesia,rendendo impossibile scindere la storia ,dal mito.

Fu scritto, e si pensa che la Vitis Vitiferas, la specie di vite con cui si fa maggior parte del vino moderno, si sia sviluppata nel 7500 a.C., nella regione transcaucasica, oggi Armenia, e Georgia.
La Vitis Vinifera, prosperava nelle zone temperate dei due emisferi tra il 50° e il 30° grado di latitudine nord, e il 30° e il 40° grado di latitudine sud.
Questa vite, con la sua gran capacità d’adattamento ha progressivamente occupato terreni e soprattutto climi che in origine non si addicevano per niente,a questo tipo di pianta.
Tra alcune delle principali specie di vite (V.Rugosa, V. Lanata, V. Parsifolia ed altre ancora), si sarebbero create delle ibridazioni spontanee successive,
queste avrebbero originato un certo numero di razze capostipiti.
Le separazioni degli ibridi,i fatti mutativi e più tardi la selezione volontaria,avrebbero creato le molteplici specie.
Il Muscat, e Syrah si pensa che siano i vitigni più antichi al mondo, come indica la stessa etimologia dei loro nomi.
Storia e leggenda spesso s’incontrano nel cammino dei secoli per narrare ai popoli, fatti e prodigi del mondo antico.

Si narra che l’uomo della preistoria scoprì per caso che il succo d’uva dimenticato in una sacca di pelle, a causa dell’alta temperatura, aveva subito una magica trasformazione, dagli esiti sorprendenti e per niente malvagi. Anzi, Il gusto era buono e gli effetti inebrianti.
Le prime tracce della coltivazione della vite (una pianta che nasce molto prima dell’uomo) si trovano in Asia minore, nelle terre tra il Tigri e l’Eufrate.
Si è parlato anche di Noè che appena sceso dalla leggendaria Arca arenatasi ad Ararat, ; avesse notato,che in alcuni punti,dove non c’erano segni d’acqua,il terreno fertile poteva dare dei buoni frutti, disseminò quanto aveva portato con se,non avendo fretta,di partire, attese che questa pianta  desse i suoi i suoi frutti.Lasciato al sole,questo, diede i suoi risultati. Un sublime succo uscì da quegli acini,una certa euforia si sprigionò su quest’uomo…… ,(tradizione ebraico-cristiana).”Noè, il coltivatore, iniziò a piantare la vite.Avendo bevuto del vino, fu ebbro…….” (Genesi,IX,20-21).
A questo punto, non fu solo l’inventore del vino, ma divenne anche il primo ubriaco della storia.

Fra le tante cose sacre e molto amate dall’uomo troviamo la “sacra vite, ed il trionfo del suo dolce licore, nella vita degli uomini e degli Dei.
La vite era considerata come un dono di un Dio  per gli Egiziani, Osiride, per i Latini ed i Greci, Bacco, per gli Italici Saturno e per gli Ebrei.
Le prime attestazioni dell’attività vinicola appartengono agli antichi Egizi e giungono a noi in un affresco conservato a Tebe, che riproduce ogni fase del processo: “La raccolta e la pigiatura delle uve, la vinificazione ,la lavorazione di questo frutto, fino al trasporto sulle imbarcazioni lungo il Nilo”.
Furono gli Egizi i maestri, e depositari di tali tecniche.
Dalla narrazione a noi riportata,possiamo  solo dire, come funzionava il processo produttivo di questo nettare, ma non abbiamo mai saputo, e mai avremmo testimoni di che sapore sia stato questo eccelso succo.
I vini erano in maggior parte Rossi (le uve raffigurate sono solo nere) tipiche del clima temperato della zona.
Nella terra dei faraoni nascono i primi viticoltori e bevitori di vino. Erodono li descrive in preda all’ubriachezza più sfrenata mentre festeggiano il plenilunio. (21 dicembre)?
I vini di allora,si dice: che  erano conservati in anfore di terracotta sigillate con su impresso l’anno di produzione: “Questo fu anche un primo tentativo di invecchiare il vino”.
La storia del vino in Grecia, è certamente fra le più ricche, queste bevande hanno ricoperto un ruolo importante e fondamentale sin dai primi periodi della formazione e dello sviluppo di questa civiltà.
Peri questo popolo,il vino era una  “Pharmakon” una medicina, ma al tempo stesso potrebbe anche essere stato,un veleno.
                                                                                                                                                  
La produzione di vino era a quei tempi già nota in altre popolazioni, come per esempio gli antichi Babilonesi in Mesopotamia, i quali però preferivano la birra al vino, mentre fu proprio nell’antica Grecia che il vino assunse un ruolo importante e da lì si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo.

Con l’emergere della civiltà greca, i metodi di vinificare le uve furono perfezionate e l’ubriacatezza assunse un carattere sacrale, tanto da riservare nell’Olimpo delle divinità un posto importante proprio al dio del vino( Dioniso), figlio di Giove (Zeus), e Semele. Si narra anche che Dionisio, rivelò agli uomini i segreti della produzione della bevanda. L’iniziazione al culto di questa divinità prevedeva di bere vino  in onore di questo; celebrando le cosiddette”Orge Dionisiache”delle vere e proprie feste dedicate al vino.”
La corrispondenza del Latino Bacco, e del greco Dioniso è pressoché totale: così come il dio  latino è figlio di Giove, e Semele, analogamente Dioniso nasce secondo la mitologia greca dall’incontro fra Zeus e Semele nota anche come “Luna”.
Bacco dal latino Bacchus,nome che nell’antica Roma,era stato dato al Dio Greco Dionisio.
I modi di celebrare, e venerare Bacco e Dioniso, erano gli stessi, anche se in Grecia il culto di Dioniso risale a tempi più antichi.
Queste feste, dette Baccanali, consistevano in celebrazioni all’insegna dela sfrenatezza alle quali partecipavano di solito esclusivamente donne.
Sull’identità della procreatrice vi sono in realtà anche altre versioni, ma la più famosa, è quella che vede in Semele la madre di Dioniso.
Secondo la leggenda, lei s’incontrò segretamente con Zeus, lui spacciandosi per un comune uomo mortale, ne fu immediatamente conquistata.
La gelosa Era, però trasformatasi in una megera, rivelò a Semele  la vera identità di Zeus, e la convinse a farsi mostrare dal dio le proprie, e reali sembianze.
Di fronte al rifiuto di Zeus di smascherarsi, Semele negò il suo amore, il dio allora infuriatosi svelò il suo vero aspetto, facendo scatenare tuoni e folgori così forti da farla sparire.
Il bambino in grembo Dioniso appunto, fu però salvato da Ermete e nacque in seguito alla coscia di Zeus divenendo così un dio immortale.
La vendetta di Era però, doveva ripetersi sul giovane Dioniso, furono incaricati dei Titani per l’uccisione del neonato, fu però la nonna Rea madre di Zeus che gli ridonò la vita.
Zeus allora affidò il piccolo Dioniso alle cure della Regina Ino, che per proteggerlo lo nascose nelle stanze delle donne.
Questo nascondiglio fu scovato da Era tant’ è che, per proteggere il figlio, Zeus ordinò ad Ermete di trasformare il piccolo in un capretto.
La leggenda narra sempre che Dioniso fu poi portato presso il Monte Elicona, per essere affidato, e accudito dalle ninfe, nascondendo il dio in una grotta nutrendolo con del miele.
<E’ fu sempre sul Monte Elicona, che Dioniso, trovata una vite,scoprì il vino.
Da adulto Dioniso (secondo la leggenda e il mito) viaggiò molto per il mondo, conquistò, e fondò numerose città in cui diffuse la viticoltura,ed il frutto che si ricavava da questa pianta.
Quanto scritto sopra,si potrebbe dire per Bacco,si narra che anche lui, sul Monte Nisa in Elicona,incominciò a produrre vino In. realtà sebbene il vino fosse diffusissimo nell’antica civiltà greca pare che l’inebriante e deliziosa bevanda, non fosse un’invenzione ellenica.
Molti miti, si sono contesi questa bevanda,lasciando  però una  grande voragine,a chi dare il primis!    
Scrupolose ricerche, infatti, hanno rivelato che le prime vendemmie, siano da attribuire alle popolazioni che abitavano le montagne a ridosso della costa meridionale del Mar Nero.
Ci è stato narrato che in queste zone, il vitigno selvatico fosse diffuso, per primo perché cresceva spontaneo, poi per le condizioni ambientali e climatiche, ottimale a questa pianta.
Di lì in poi il vino si diffuse rapidamente tramite, mercanti e viaggiatori nel bacino mediterraneo dalle coltivazioni sulle colline dell’Elicona (di lì la leggenda della creazione del vino) fino alla Libia e alla Palestina.
La viticoltura poi si estese con la stessa rapidità anche ad oriente, in India e in Persia, parallelamente al culto del vino, e a celebrazioni del tutto simili alle baccanali (festa chiassosa e orgiastica).





Probabilmente il vino che veniva bevuto nell’antica Grecia non era solamente quello prodotto nel paese; alcuni reperti archeologici, in particolare alcuni vasi ritrovati a Micene non appartenenti all’arte e all’artigianato Greco suggeriscono che già a quei tempi s’importava vino prodotto in altri paesi.
Durante il periodo classico la vite era ampliamente diffusa in tutto il paese e i Greci introdussero le loro specie d’uve anche nei paesi che colonizzavano, in particolare l’Italia.
Così come il vino era parte essenziale della cucina e della cultura Greca, la bevanda divenne elemento essenziale nei paesi in cui i Greci estesero il loro influsso culturale.
Il commercio del vino rappresentava un aspetto importante per la Grecia.
Reperti archeologici scoperti nei paesi del Mediterraneo, ma anche nelle zone del Medio Oriente, testimoniano che il vino costituiva un prodotto ricco per l’economia del paese, non escludendo l’ipotesi di usare questo fruttato nettare come merce di scambio.

Il vino era parte essenziale di uno dei più importanti eventi sociali dell’antica Grecia il Simposio (Letteralmente “bere insieme”), che si svolgeva in una stanza in cui erano ospiti dai sette agli undici uomini, che sdraiati su dei sofà era servito del vino.
I Simpiosi erano considerati sconvenevoli per le donne rispettabili che in genere non vi partecipavano.
Il vino servito durante il Simposio seguiva generalmente un pasto ed era allungato con dell’acqua: il delicato compito di diluire il vino spettava al: “SIMPOSIARCA”il maestro della cerimonia, che aveva anche il compito di regolare lo svolgimento dell’evento e il momento in cui bere vino e la quantità.
Lo scopo dei simposi era di creare un occasione di piacere in cui il vino doveva rendere l’evento una piacevolezza, ma purtroppo non era raro che i partecipanti si ubriacassero in conseguenza a delle competizioni e sfide sulla resistenza e la capacità di bere.
Il vino prodotto nell’antica Grecia,venivano identificati in base al colore: bianchi, neri o rossi e mogano..
Ci viene  sempre riferito dalle scritture e dai geroglifici, che i Greci prestassero particolare attenzione agli aromi del vino, questi, spesso li definivano come “floreali”, descrivendoli, in modo dettagliato e facendo riferimento esplicito a particolari fiori, come la violetta e la rosa.
Il gusto del vino o meglio, il gusto che si preferiva  a quei tempi era dolce, ed è per questo motivo che si usava l’uva appassita.
I vini passiti, erano molto apprezzati nell’Antica Grecia, e spesso la dolcezza era concentrata attraverso l’ebollizione del vino che ne riduceva la quantità d’acqua usata per mescolare il fruttato vino.
Tuttavia i vini dolci non erano gli unici ad essere prodotti nell’antica Grecia.
Si hanno notizie di vini prodotti con uve acerbe,  con un acidità talmente pronunciata da fare lacrimare gli occhi, così come i vini secchi sia bianchi sia rossi, confermano che l’enologia praticata da questi coltivatori Greci era piuttosto varia.
Il problema principale dei vini di quell’epoca, era la conservazione, la causa di tutto questo era la scarsa tenuta all’aria.
I vini si ossidavano rapidamente così i Greci furono costretti a adottare misure che garantissero una maggiore conservabilità del vino.
L’aggiunta della resina di pino nel vino in fermentazione rappresentava uno di questi rimedi il” RETSINA”, in quanto si riteneva che quest’elemento avesse delle qualità conservanti.
Dopo i grandiosi trattati pubblici dell’antica Grecia il paese divenne parte dell’impero Bizantino, per tanto il centro principale per il commercio del vino Greco divenne Costantinopoli, da qui partiva la commercializzazione dei vini provenienti dalle isole del mar Egeo.
La produzione locale dell’adorato nettare subì una ristagnate fase, quando l’imperatore Alessio I Commenus concesse ai Veneziani la possibilità di stabilire strutture commerciali a Costantinopoli, e in altre 32 città dell’Impero, con l’esenzione totale del pagamento di ogni tipo di imposta e di tassa.
I Veneziani grazie a quest’agevolazione fiscale (oggi) potevano vendere i loro vini a minor prezzo degli altri produttori, un vantaggio che rimase in vigore fino a metà del XVI Secolo.
Il rigoglioso commercio del vino nell’impero Bizantino terminò verso la fine del XV Secolo, dopo la fine dell’Impero Bizantino, quando i Turchi occuparono il Peloponneso ed estesero il loro dominio in tutta la penisola Greca.
Durante il periodo degli Ottomani, l’enologia Greca subì un’ulteriore recessione che danneggiò il suo sviluppo fino alla fine della dominazione.
La lavorazione enologica fu duramente oppressa dagli oneri imposti dai Turchi facendo rallentare così la produzione del vino, limitandone sia la diffusione, che lo sviluppo.
“ L’Omero è ricca di citazioni, Ulisse nella sala del tesoro conservava non solo oro, tessuti, olio, ma anche “vasi di vino vecchio dolce da bere” (Odissea II vv 340), il vino
Il vero vino di quei tempi era diluito con 16 parti d’acqua.” Questo vino si chiamava matroneo, vino, forte, indomabilmente austero, nero e profumato che con l’invecchiamento diventava ancora più corposo. A quel tempo il vino si diffuse in terre come l’Italia, la Francia e la Spagna che ne sarebbero divenute la Patria.
 L ‘ Italia, allora si chiamava Enotria (terra della vite) anche se si pensa che questo sia un errore storico. Per Enotria era originariamente disegnata la parte della Lucania bagnata dal Tirreno. I coloni Greci che arrivarono nell’VIII sec. A.C., denominarono Enotria , tutta la parte meridionale della penisola. Il nome di Enotria deriva invece da un personaggio Enotro,il quale, a capo di un gruppo di greci, e arcadi si trasferì in Italia sbarcando sulle coste della Calabria,dove fondò una colonia,i cui abitanti da lui presero il nome di enotri.
Il termine di colonia usato per gli insediamenti greci è errato, perché quello di colonia presuppone un rapporto di dipendenza con la madrepatria,che questi insediamenti non avevano,sebbene mantenessero rapporti con la città da cui erano partiti i fondatori.
Accade infatti, che nelle città greche per motivi di esuberanza della popolazione invece di espandere la città, si cercava di formare dei gruppi per decidere quale fosse il posto dove andare.
A capo del gruppo si metteva un nobile che lo guidava e, come aveva fatto Enea ed altri,caricata una o più navi di provviste e attrezzi,partivano,per nuove mete.
Gli insediamenti preferiti,erano posti normalmente lungo le coste,e quando vi era un fiume navigabile,questi coloni,lo risalivano fermandosi nel punto più faceto e accessibile
  Si narra sempre, che   partendo dalla Sicilia e dalla Calabria le viti prosperavano, il vino era già comparso  nel 2000 a/C. per opera dei Fenici che portarono nuove qualità di Vitis Vinifera Sativa e nuovi metodi di coltivazione.
L’uomo e la vite in Sicilia ha una lunga storia, il suo inizio data 10000 anni.
Vinaccioli carbonizzati di Vitis vinifera risalenti all’VIII a/C. furono rinvenuti nella grotta dell’Uzzo, in piena Riserva dello Zingaro in provincia di Trapani.

Già nell’Odissea nel canto IX, si narra come le viti sulle falde dell’Etna, crescessero senza aver bisogno dell’aiuto dell’uomo, anzi dei Ciclopi.
Furono poi gli autori greci, e in seguito i romani, come Catone il vecchio Marrone, Virgilio, Plino, Columella a vantare dei vitigni siciliani, che già all’epoca si racconta erano esportati in altre Regioni Italiane, e del bacino del Mediterraneo, per aumentare la crescita di questa pianta.
Il traffico vinicolo tra l’VIII e il II sec.a.C, presentava caratteristiche diverse secondo le varie Regioni d’Italia.
.
.
 In Calabria per esempio, si sostiene che per il trasporto del vino furono  costruiti, degli enodotti dalla vigna al mare, simili agli oleodotti odierni.
I porti, ed i mercati più famosi del continente furono: -Crotone, Sibaris, Siris, Metapontum, Brundusium.
In Sicilia i principali porti furono: Messana, Syracusae, Agrigentum, Selimus, Himera.

Le stesse colture palafitticole dell’età padana vinificavano; lo testimoniano i naturali ammassi di vinaccioli ritrovati; così come in Veneto il ritrovamento delle Sicule (bicchieri di terracotta che servivano da vasi vinari.
Per quanto riguarda il commercio nell’interno della nostra penisola, non si può mettere in dubbio che ci fossero scambi, prima con il baratto, poi con la moneta, tra coloro che producevano grossi quantitativi di vino.
Si dice sempre che tale traffico, di limitate proporzioni, avveniva tra i mercati più vicini, poiché le vie di comunicazione non erano tali da consentire facili trasporti; i quali, anzi, erano effettuati, per via fluviale.
.
Si narra che intorno al 1000 a/C. gli Etruschi diedero un impulso maggiore alla diffusione della viticoltura e proposero la diffusione della vite in piccole piante potate (alberello basso), e alcune fonti sostengono che la vite coltivata secondo questa tradizione si chiamasse lambrusca; i greci al contrario accostavano la vite ad alberi di medio e alto fusto permettendo così alla pianta di arrampicarsi.
In questa fase pre-romana possiamo individuare in Italia due diverse civiltà del vino:
-una meridionale caratterizzata da un clima caldo che accoglie in sé l’evoluzione della civiltà enoica delle culture mediterranee-
-una settentrionale caratterizzata da un clima freddo che si è sviluppata posteriormente, e solo in un secondo tempo ad una rudimentale coltura della vite, ne ha fatto seguire una più evoluta, che prevede non solo il trapianto ma anche la potatura e l’innesto.
La differenza tra le due culture si noterà in seguito a causa delle diversità climatiche.
Dai Greci il vino si diffuse ai Romani.
Nei tempi che precedettero la fondazione di Roma, la vite pur essendo diffusa in tutta la penisola Italica, non poteva essere in grado di dare produzioni di gran pregio.
La vite era coltivata da pochi agricoltori, e il vino ricavato dalla spremitura di queste uve, era ritenuto un prodotto d’altissimo valore, degno di adornare solo le mense dei ricchi.
Si narra che Romolo, per favorire la coltivazione dei terreni, assegnasse ad ogni contadino, un bene ereditario di due iugeri (circa mezzo ettaro).
Plinio, ci narra, che Romolo, contrariamente a quanto facevano gli Etruschi, aveva imposto che nei sacrifici fosse adoperato il latte, e non il vino.
Non fu così per Numa Pompilio, che probabilmente per spingere gli agricoltori pigri alla pratica della potatura, esigeva che si facessero offerte agli Dei con vino ottenuto dalle piante potate.
 A scopo terapeutico il vino fece la sua comparsa già nel V, IV secoloa.C., (corpus ippocraticum) consigliato per combattere la febbre, come diuretico, come antisettico.
E’ certo, inoltre, che per oltre duemila anni, il vino sia stato l’unico antisettico, utilizzato sia per disinfettare le ferite, che per rendere potabile l’acqua.
Nell’età romana è bene fare una divisione in sottoperiodi:
-il primo dalla nascita di Roma alle guerre Puniche
-il secondo arriva alla vigilia della nascita di Cristo
-il terzo prosegue fino alla fine dell’Impero.
Il vino con gli antichi Romani ebbe la sua storica consacrazione.
Popolo rude ma, valoroso e laborioso, nonché incline alla guerra, abituato ai pentimenti che essa incessantemente causava, quello romano trovava conforto e stimolo nel vino, divenendone grande consumatore, un popolo convinto che: ” semel in anno licet insanire” (una volta l’anno è consentito fare follie).
Un altro detto dagli antichi romani era questo: “In vino veritas”, per significare l’uomo brillo spiffera ai quattro venti, tutte quelle cose che da sobrio terrebbe per se stesso.
La viticoltura della civiltà Romana, ha conosciuto un vero progresso tecnico, nel periodo che va dall’origine di Roma  alla seconda metà del I secolo d.C.
Gli antichi Romani raggiunsero presto un livello di conoscenza agronomica e culturale considerevole.
Columella scrisse un esauriente manuale sull’agricoltura, e in particolar modo sulla viticoltura il ”De re rustica”.
 Columella dava molta importanza allo stato fisico del suolo, ed a questi terreni di natura mista. Egli così esprimeva: ”La terra cretosa è, alla vite, creduta utile, per altro la schietta creta, che adoperano i vasai (argilla), è inimicissima più della sabbia digiuna”.
Sempre Columella sosteneva che in collina si aveva meno vino che in pianura, ma di migliore qualità.
In un brano della sua opera Columella raccomanda di scegliere terre  nuove per l’impianto di un vitigno, e qualora non fosse stato possibile, di attendere prima, il risanamento del terreno stesso, in special modo, se questo era stato impegnato per la coltivazione della vite, o d’altre piante arboree.
L’innesto della pianta era molto importante per produzione dell’uva, anche per far sì che la nuova pianta, era diversa dalla pianta madre.
Plino”Naturalis Historia” insegnava che per favorire l’accrescimento della pianta si doveva ricorrere alla pratica dell’innesto.
Columella parlando della scelta della talea, indicò che essa doveva provenire da pianta vigorosa, che per più anni avesse mostrato di portare sullo stesso spampano il maggior numero di grappoli, e la cui lunghezza doveva essere compresa tra i ¾ di piede, ed un piede. (1 piede = circa 30 centimetri).
L’innesto, pratica certamente antichissima fu un altro importante argomento di studio per i georgici.(vita e coltivazione dei campi)
Catone parlava di tre tipi d’innesto: a spacco, a trapano e
Approssimazione.Lui raccomandava che l’operazione fosse praticata in modo da porre i midolli in contatto tra loro (medullum cum medulla componito).
 L’allevamento, e la potatura della vite non era da tralasciare: (vite a giogo semplice, a pergola, a camera o a compartimento, a letto a vite alberata).
Il primo sistema Plino lo consigliava quando vi era scarsità di pali, mentre Columella lo approvava senz’altro distinguendo anzi le viti tenute al solo ceppo, alberelli a capitozza,  vites capitatae, dalle viti con ceppo portante quattro branche, vites branchiatae.
La potatura verde, pampinatio, era usata dagli antichi per favorire la maturazione del frutto,questo tipo di potatura,veniva praticata con cura,tutto per non intaccare, o rovinare la pianta.
Columella, anzi, consigliava di togliere parte del frutto, se la pianta mostrava indebolimento per lo sfruttamento subito,nei precedenti anni.
Columella dava grande importanza alle lavorazioni estive,venivano usate delle zappe, in modo da rendere il terreno ben trito; queste lavorazioni dovevano essere ripetute una volta al  mese, da marzo ad ottobre, procurando di alzare molta polvere che, secondo l’Autore, avrebbe avuto il potere di proteggere l’uva  dal sole, e dalla nebbia.
 Nell’antica Roma il vino ha avuto i suoi effetti giusti come uso terapeutico.
La fonte più ricca e dettagliata sull’uso del vino come rimedio, è quella offerta da Galeno, medico di Marco Aurelio, che nel suo De Remediis, dedica un capitolo alla terapia con ricette a base di vino.
    


Notizie, e testimonianze giunsero da Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) uomo politico romano, che nel suo trattato De Agricoltura, illustra le pratiche culturali dell’epoca che ancora oggi sono a fondamento di una produzione viticola, che privilegia la qualità alla quantità.
Catone insisteva sulla necessità di valutare le condizioni climatiche e la natura del terreno, prima d’impiantare una vite.
Un altro punto fermo di lui, era quello dell’innesto, piuttosto che la riproduzione delle viti per seme , raccomandava, la concimazione dei terreni con letame, e con la pratica del sovescio (sotterramento con aratura di piante, coltivate appositamente per arricchire il terreno di materia organica).
Catone diceva: ”Quid est agrum bene colere:”bene arare.Quindi secundum? Arare. Tertio? Stercare”.

Per quanto concerne invece la tecnica enologica,chi parla.sono i reperti e documenti a noi lasciati.  Gli antichi romani avevano dei locali per la pigiatura, (questa si praticava  con i piedi) un locale per la fermentazione e la conservazione del vino,ed un locale dove tenere le attrezzature.
I primi torchi si affacciarono all’umanità proprio in questo periodo,tra i più antichi vi era quello a cunei,costituito da due travi verticali solidamente piantate nel pavimento,unite per la sommità e per la base,da due orizzontali.
Sulle scanalature longitudinali interne delle due travi verticali,potevano scorrere dall’alto in basso e viceversa due o più tavole orizzontali, per mezzo di grossi cunei,  battendo con grandi martelli di legno.
Anche il torchio a leva,era usato in questo periodo.Per azionare tale attrezzo,era necessario un masso,in modo da far pressione sulle vinacce,terminato questo tipo di lavorazione(pigiatura),per togliere la grossa pietra veniva usata una robusta e lunga trave.
Verso la fine dell’ultimo secolo a.C. apparvero i:”torcila graecanic”,che al posto della fune,e della carrucola,avevano una grossa vite verticale da inserire nell’estremità,libera del “prelum”.
La seconda stanza quella della fermentazione;era la zona,dove si faceva bollire il vino per conservarlo al meglio,trasformandolo così in un liquido denso e sciropposo ad alta gradazione e di sapore dolce.
Lo allungavano sempre con acqua (in latino mescesre:mescolare),talvolta anche con quella di mare ,per renderlo meno denso,e meno acido.
Quando i Romani si riunivano ai loro fastosi banchetti,l’intervento di un esperto era d’obbligo, infatti,era lui che decideva la percentuale d’acqua che bisognava aggiungere al vino, in base al menù.
Tra i più sublimi, il più apprezzato era il “mulsum” o vino con miele, per questo addolcire, o speziare il delizioso e prezioso nettare ,con zucchero di canna,resine,pepe,sale,petali di rosa e viola,canella,zafferano,aloe e sambuco,era d’obbligo.
Il vino era conservato in recipienti di terracotta rivestiti di pece,e tenuti vicino la canna fumaria,per conferire al vino quel gusto e sapore d’affumicato.
Se tropo scuro, il vino era chiarificato con albume, o addirittura con del gesso.
Gli uomini erano gli unici che potevano gustare questo nettare divino,rigorosamente vietato invece alle donne.
Nel 146 a.C. Roma è padrona d’Italia e del Mediterraneo occidentale; sono cadute Cartagine e l’Antica Grecia.
Gli orientali (soprattutto i Greci) che affluirono a Roma, portarono nozioni di tecnica di lavorazione dell’uva più raffinate,ed importarono nuovi vitigni pregiati.Appaiono così i primi vini”gloriosi”.



Nell’antica Roma era diventata celebre l’annata <121>a.C poiché quel periodo aveva avuto un sole splendente.Si narra che fu ritrovato del vino di duecento anni prima, ridotto però ad una sorta di miele amaro (il gusto aspro era la caratteristica di tutti i vini invecchiati), ma fu utilizzato ugualmente in piccole dosi con vini nuovi rendendoli diversi nel gusto.
I primi vini Romani erano piuttosto grossolani;i blasonati erano importati dalla Grecia vino dolce e rosso, si citano: Chio,Nasso,Toso,Lesbo,Rodi, e Cipro.
Anche i Romani con gli anni, si organizzarono al meglio alla coltivazione delle vigne,e alla vinificazione delle uve.
Anche la degustazione dei vini,raggiunse dei bei traguardi,gli assaggiatori (sommelier) si chiamavano haustores, questi si attenevano a regole ben precise : prima della degustazione non mangiavano troppo cibo,specie se di sapore molto forte,e non inghiottivano mai il vino preso in esame.
I vini erano selezionati secondo il sapore, vale a dire: vinum dulce (dolce); vinum soave, nobile, pretiosum (morbido); vinum molle, lene (molle); vinum imbecille, fugiens, humechi saporis (debole, insipido); vinum forte, solidum (potente, pieno); vinum firmum, valium (solido); vinum austerum (da poche confidenze); vinum asperum, acre (aspro per uve non maturate); vinum ardens, generosum (caldo, alcolico); vinum crasso (pesante); vinum sordidum, (vino volgare, vile).
Secondo il colore, il vino poteva essere: vinum album (bianco); vinum fulvum, (giallo); vinum sanguineum (rosso sangue); vinum porpureum (porporino); vinum niger, ater (nero); vinum medium (grigio o rosato).
Il vinum austerun o siccum, indicavava sicuramente quello che oggi noi chiamiamo vino asciutto, vino secco.
Da ritrovamenti scritti si può affermare che i Romani bevevano un vino diverso da quello che siamo abituati a bere noi oggi.
Essi preferivano il vino lungamente invecchiato, come in genere si usava in tutta l’Antichità.
Il Falerno ad esempio, non si poteva bere prima dei dieci anni, e rimaneva un ottimo vino fino a trenta anni d’invecchiamento; i vini di Sorrento erano buoni soltanto dopo venticinque anni,mentre il vino puro, il (Merum), era riservato agli dei.
La mescolanza avveniva durante il banchetto, facendosi servire nel creatore, o bicchiere acqua calda o fredda o neve, secondo la qualità del vino (uno a quattro), quest’usanza di mescolare il vino con dell’acqua non era solo Romana, ma di tutta l’antichità.
Oltre la mescolanza con l’acqua, i Romani usavano dei “tagli” tra vini di provenienza diversa; con gli amabili vini di Chio, per esempio, mitigavano l’asprezza del robusto Falerno.
Nell’antica Roma, per cinque secoli dopo la sua fondazione è sempre rimasta la regola:divieto alle donne al vino anche annusarlo era reato. Infatti  si narra che il bacio sia nato a Roma in quei secoli di severa astinenza.
Difatti, gli uomini della casa erano autorizzati ad annusare le labbra delle  donne per accertarsi se avevano o no, bevuto del vino; un marito poteva ripudiare la moglie, se scopriva che, aveva fatto uso di questa bevanda.
Con il passare degli anni, i severi costumi si allentarono, e nell’età imperiale alle donne fu concesso di bere il vinum passim, cioè il vino passito, o dolce.
Più tardi con il mutare dei tempi, e con l’aumentare della corruzione, le donne gareggiarono con gli uomini nel prendere parte alle crapule  più sfrenate.
La coltivazione della vite andò assumendo sempre più importanza per la religione,tanto che solo al (Flamine Diae),il più antico sacerdote di Roma,spettava iniziare e bandire la vendemmia,e concedere il permesso di aprire le botti.




Il divino Augusto (si dice),che fra tutti i vini preferisse quello di Sezze (in prossimità delle paludi Pontine). Considerato da lui,un delizioso digestivo.
Questo vino, seguiva per la fama quelli dell’agro di Falerno, (Plino lamenta che la loro rinomanza era in regresso…… da quando è in mano a gente che bada più alla quantità che alla qualità!), di cui il più noto era il “Faustiniano”del quale esistevano tre qualità, il forte, il dolce e il leggero.
C’erano i famosi vini Albani che avevano come caratteristica: la leggerezza, ed erano consigliati per i convalescenti.
I vini della zona di  Segni (sulla Via Appia) erano molto aspri, tanto che erano usati come astringenti per l’intestino.
Per mitigare questi forti sapori, si usava il “defrutom” oppure altre soluzioni.
In Grecia per esempio, era applicata polvere di marmo, il sale o come abbiamo visto l’acqua di mare….e Plino lamentava che <con così numerose modifiche il vino è costretto a piacere> aggiungendo <poi ci lamentiamo che faccia male>!
In Italia era usata la pece crapulona (resina trattata con acqua calda o esposta al sole facendo evaporare l’olio essenziale); in Africa si usava il gesso o la calce.
Vini dal sapore intermedio, tra naturale e dolce, erano ottenuti arrestando la fermentazione, mettendo il mosto in orci (vaso di terracotta panciuto a due manici) messi a loro volta in acqua e lasciati lì fino al solstizio d’inverno (21 dicembre).,
In questa categoria conosciuto era: “Il protopo”  una specie di “ Vino Porto secco”, ottenuto dal mosto di prima pigiatura, immediatamente imbottigliato e fatto fermentare e cuocere al sole per quaranta giorni nell’estate successiva.
Il miglior passito era ottenuto con uve messe a seccare per sette giorni al sole, su graticci in un luogo riparato e protetto dall’umidità della notte, per poi essere pigiate all’ottavo giorno.
Il vino così ricavato da quest’ultimo processo naturale, si poteva definire di eccellente sapore, e profumo.
I soldati romani  al termine della conquista dell’impero,avevano ricevuto l’ordine di impiantare vigneti, e di insegnare ai popoli indigeni la tecnica della viti-enologia.
Con questo sistema, la coltivazione della vite si diffuse in, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, e Africa settentrionale.
Anche per questo motivo si può considerare l’Italia “terra del vino”, grazie anche alla civiltà Romana che portava i propri costumi nel bene o nel male, nelle terre conquistate.

Anassagora faceva parte del gruppo dei filosofi che si occupava di natura, cosiddetti presocratici il quale aveva sostenuto che il sole non era un Dio ma una massa incandescente e che la luna non brilla di luce propria.
Anassagora si era trasferito ad Atene ma da qui dovette fuggire, perché fu processato per le eresie che sosteneva (anche a quei tempi le religioni erano intolleranti).

Con la caduta dell’Impero Romano, iniziò anche il declino della viticoltura. Il latifondo, l’affidamento del lavoro agli schiavi, la crisi monetaria, le lotte interne, le invasioni barbariche, il disordine politico e amministrativo, l’insicurezza pubblica, soprattutto nelle campagne; crearono condizioni sfavorevoli all’agricoltura, ed in particolar modo alla viticoltura. Molti agricoltori estirparono i vigneti, per non subire le forti tasse, cui era assoggettati, tanto che nel IV secolo l’imperatore Teodosio, per frenare questo fenomeno, decise la pena di morte per chi tagliava le viti (sacrilega falce). I contadini furono costretti a lasciare le campagne, cercando sicurezza presso di chi poteva proteggerli.
Si narra anche che nel I sec. d.C., si determinò una sovrapproduzione di vino, che provocò una seria crisi.
Questa costrinse l’Imperatore Domiziano nel 92 d.C., ad emanare un rilevante editto, imponendo ai contadini di sradicare metà delle vigne, vietando anche nuovi impianti, per lasciare posto alla coltivazione del grano.
L’imperatore con quest’editto, volle porre un freno all’esagerata diffusione della vite nell’impero, e rialzare così le sorti della granicoltura, per evitare la carestia.
 Domiziano, con questa legge, era certo in una rivalutazione per le sorti dell’enologia in Italia, poiché si era già alla presenza di un periodo d’evidente crisi, poiché il vino si produceva, in quasi tutti i Paesi del mondo romano.
Questa crisi andò sempre più aggravandosi con l’aumentare esagerato del fisco, e col diffondersi, del latifondismo, da far si, che  negli ultimi anni dell’Impero d’Occidente, non si poteva parlare di decadenza viti-vinicola, ma di declino dell’agricoltura in generale.

Tra il V e il X secolo, un importante contributo alla conservazione ed al miglioramento del patrimonio vitivinicolo fu assegnato ai vescovi, dai monaci, dagli ordini religiosi cristiani, e dalla nobiltà laica
La chiesa seppe riempire il vuoto che gli agricoltori avevano accumulato in quel periodo, offrendo sicurezza, e protezione.
In questo periodo del Medioevo, lo sviluppo della viticoltura si deve in gran parte ai monasteri e conventi, divenuti proprio dei veri centri vitivinicoli, vista la necessità di produrre vino, per le celebrazioni delle Santa Messa; questo contribuì notevolmente alla produzione della viticoltura anche in quelle zone dove non era usuale fare questa.
In quel periodo era ormai noto, come i centri monastici fossero dei centri importanti, sia per la vita culturale sia per la vita economica dei centri vicini: la coltivazione della vite è solo uno dei tanti aspetti, e dei tanti lavori portati avanti nei monasteri.

Da questo momento il vino che rallegra l’anima, diviene sangue, e il sangue della terra”sanguinis uvae” insieme al pane diventano il nutrimento dell’animo.
La Religione Cristiana avendo bisogno del vino per il compimento del culto, rappresentò la forza di conservazione del poco rimasto e poi di propulsione per lo sviluppo della viticoltura.
Le proprietà agricole dei monasteri o dei vescovi, spesso accresciute da lasciti, divennero centri per la lavorazione, e produzione della vite e del vino; mentre gli ordini monastici, fin da quelli più antichi, quali i Brasiliani, e i Benedettini, portarono la coltura della vite in Europa ai limiti estremi di latitudine, e altitudine.
I monasteri divennero i centri d’unione di tutti quegli uomini legati alla campagna, che non chiedevano altro che lavorare la terra.
L’estensione di questi centri, aumentarono e l’abate divenne il punto di riferimento, non solo morale ma anche civile, poiché assicurava ordine e giustizia.
Questi religiosi imparavano ai contadini le tecniche della viticoltura, e della vinificazione, e si trovano nei monasteri persino”…taverna in monasterium……”, e giacché le regole dei monasteri si facevano sempre meno rigide, il vino era spesso bevuto volentieri non solo durate i riti religiosi ma anche fuori di questi, al punto che “ora et labora”fu affiancato a”bibites fraterne diabolus vos otiosos inveniat” (bevete fratelli affinché il diavolo non vi colga oziosi); gli ecclesiastici che si ubriacavano erano interdetti alla scomunica del Papa.
Se l’abate era il punto di riferimento dei contadini, il vescovo lo era nella società cittadina, fu così che la vite era coltivata e protetta perché il vescovo potesse somministrare il vino a tutti i credenti.
La vigna divenne così simbolo di ricchezza, tanto che nei posti insicuri, spesso i vigneti erano impiantati in vicinanza, o dentro le mura delle città, dei monasteri e dei castelli; oppure recitati, e sorvegliati a vista.
Il vino  in questo periodo è stato usato come trattamento terapeutico.
Veniamo allo specifico della prescrizione del Dottor don Giorgio:
In questa, si notano chiari riferimenti  alla teoria umorale della scuola ippocratico/galenica,ripresi dagli insegnanti della medioevale Scuola Salernitana,alla cui base stava lo studio dell’Anatomia e l’importanza attribuita all’equilibrio psico-fisico e ad una dieta corretta ed equilibrata.Il Regimen sanitatis salernitanum si occupa a lungo del vino e ne descrive nel dettaglio i vari tipi,e il relativo modo di assumerlo,affermando che:
Sunt nutritiva plus dulia candida vina.
(Più del grosso e colorato nutre il vin bianco e melato.)

Si vinum rubeum nimium quandoque bibatui;
Ventre stipa tu,vox limpidaturbificatur.
(Il vin rosso, a chi sovente lo beve troppo allegramente,
stringe il ventre ed anche nuoce al metallo della voce.)

Vina probantur  odore,sapore,nitore,colore.
Si bona vina cupis,haec quinque probantur in illis:
fortia,formosa,fragrantia,frigida,frisca.
(Fan palese il vin sapore,limpidezza,odo,colore.
Se il buon vino conoscer brami,cinque cose ei ti richiami:
sia formoso,sia fragrante,forte sia,fresco e frizzante.)

La scuola Salernitana insegnava inoltre che: “Il medico accorto, quando desiderava salvaguardare la salute di qualche paziente, doveva badare, ed istruire nel bere, secondo la qualità naturale dell’uomo e del vino”.

Nell’alto Medioevo sarebbe stata ancora la religione, il fattore predominante della sopravvivenza delle viti, e del vino; infatti, si sviluppò una viticoltura “ecclesiastica”, alla quale, peraltro, in particolar modo in Francia, si affiancò una viticoltura “signorile, praticata da principi e feudatari, che infondevano il fascino della vite, e del vino, anche come simboli di prestigio, e di livello culturale.
La viticoltura, si estese in Europa in territori attraversati da grandi fiumi navigabili, quali il Reno, Mosella, e la Senna, che consentivano il trasporto del vino a lunghe distanze ed a bassi costi.
La popolazione oppressa e sfiduciata, assistette quasi con apatia alle invasioni barbariche, mentre le terre abbandonate, andarono sempre aumentando.
Con questo, non si può affermare che il lavoro svolto dai romani, andò perduto, perché chi coltivò delle terre, lo fece secondo la tecnica professionale.
I monasteri, contribuirono indubbiamente alla difesa del sapere latino in ogni campo della cultura,
degni di lode, gli ordini dei Benedettini, e dei Cluniacensi.
I Monasteri forti della loro immunità, si sono arricchiti dalle donazioni, e dall’eredità di molti benefattori, creando oasi di pace, e di tranquillità, in un’epoca di violenza. Le popolazioni barbare, che con il tempo si stanziarono nel territorio romano,si abituarono  presto alle regole di questa gente, prendendo in considerazione la coltivazione della vite: il mondo civile fece propria la vite assunta a simbolo della cristianità.
Rotari insigne Re longobardo, fissò nel famoso editto una normativa a difesa della vite; anche Carlo Magno, Re dei franchi, nel suo famoso”Capitolare…” dettò le regole per la vinificazione. Si arrivò dunque ad un patto: chiesa e Impero organizzò la normativa agricola.

Il paesaggio incominciò a modificarsi, e numerose famiglie di contadini cominciarono a adunarsi attorno all’Abazzia.
Nel 200 Federico di Svevia ordinò che agli adulteratori del vino fosse coniata la fustigazione, e in caso di recidività, prima il taglio della mano, poi la decapitazione.
Intanto il vino dalle campagne affluiva nelle città, e sorsero dei luoghi aperti al pubblico per sorseggiare boccali di vino.
La richiesta aumentò a vista d’occhio fu così che i produttori di vino preferirono vendere il  buono in modo da consentire loro, ottimi guadagni, tenendo per sé il vinello.
La stessa municipalità cominciò a distribuire il vino buono per compensare lavori straordinari o nel caso di feste e cerimonie.

Nel Medioevo saranno i monaci benedettini e cistercensi a fare valorizzare la cultura del vino e a darle nuova linfa: produrre quel nettare-parte integrante del rito della messa.
Per questo nei campi di chiese, monasteri, e abbazie, ”spuntano” le viti.
Non a caso il vocabolario vitivinicolo ricco di termini monastici e molte DOC ,hanno preso il nome da ordini religiosi.
Sono i monaci che inventano nuovi uvaggi, e sperimentano metodi di vinificazione (è un monaco benedettino italiano a creare il metodo della rifermentazione in bottiglia, poi ripreso dal francese Don Pérignon.
Ma è il consumo che sta cambiando, e il bevitore che lo sorseggia nelle osterie comincia ad apprezzare questo nettare senza bisogno di allungarlo, con altre sostanze.
Con il medioevo,anche il commercio del vino venne alla ribalta;erano noti sui mercati i vini d’Istria,il Ribolla ,il Terrano,il Malvasia.
Il famoso vino delle Cinque Terre in Liguria.In Toscana erano molto pregiati il Trebbiano, la Malvasia o Malvagia,il Sangioveto,la Vernaccia o Greco di San Gimignano,ed i vini di Montepulciano.
Il Trebbiano, la Vernaccia,l’Osimano,erano vini Marchigiani.
Anche per quanto riguarda la tecnica enologica, in questo periodo del medioevo ci furono varie trasformazioni, il legno sostituì la terracotta, nei vasi vinari.
In genere la tinaia,aveva occupato il posto della cella vinaria,e la cantina era divenuta un locale sotterraneo,come per reazione alle apoteche Romane.
Per far vinificare le uve in questa èra, si facevano fermentare le vinacce per un periodo ben superiore a quello consigliato dai latini e, con la scomparsa o quasi dei vini ficticia, le molteplici manipolazioni dell’età Romana, si erano molto ridotte.

L’enotecnica si mantenne ancora per qualche secolo allo stadio tradizionale, ma furono accurati studi, a trovare nuovi metodi di lavorazione.

Con il Rinascimento, i vari mercanti inglesi, veneziani, e olandesi incominciarono a trasportare via mare ettolitri, di vino. Con il nuovo mondo scoperto nascono i pionieri del vino i CONQUISTADORES.
A questo punto, conviene parlare di un vero e proprio commercio del vino. Quando esso comincia a svolgersi per quantità, e qualità; arrivando a superare distanze anche notevoli, il vino, divenne una bevanda accessibile economicamente, anche alle classi meno abbienti.
Queste condizioni a  bere più vino, iniziarono a verificarsi, quando si ebbero mutamenti sensibili, nel campo dei trasporti e dei relativi costi.
Si ha allora, un passaggio da una circolazione di beni cosiddetti ricchi, ad un commercio di massa.
Il costo del trasporto per via marittima, su distanze di lunga tratta, era sicuramente più moderato:
“Nelle aree interne tirreniche, ed adriatiche, appaiono con valori di “2 fiorini alla partenza e, quindi tre o poco più all’arrivo nei porti”.

Accorgendosi che nell’affrontare il lungo viaggio, il vino non poteva mantenere la sua conservazione,questi mercanti, pensarono e decisero di portare dall’Europa le talee di viti, per piantarle nel suolo americano.
Il millesettecento fu per il vino, un’epoca di grande sviluppo, ed è così,che venne inventato l’imbottigliamento, come chiusura, venne utilizzato il sughero(fino allora era tappata con dei piccoli pezzi di legno, avvolta da stracci ed imbevuti nell’olio, o legati da una colata di cera).
La Francia in quel periodo vantava il suo primato nella vinificazione con il (Bordeaux e della Champagne).
Nel secolo scorso,  la viticoltura ha vissuto vicende molto importanti, e subite profonde modificazioni.
La prima, fu il “mal bianco”, causato dallo iodio.Questo fenomeno preso in considerazione da studiosi nel 1845 in Inghilterra.Se non si  fosse subito corsi ai ripari,con il giro di pochi anni,tutti i vigneti Europei si sarebbero seccati.
Risolta dopo affannosi studi, con l’impiego di zolfo, la viticoltura stava risollevandosi dalla gravissima crisi causata dal “mal bianco”. Quando un altro gran nemico, è sbarcato dal nuovo Continente, era il 1869, arrivato sulle navi che sopraggiungevano in Europa.
La filossera (Phylloxera vastatrix o Viteus vitifoliae), è un afide parassita della vite, appartenente alla famiglia dei (Phylloxeridae, Phylloxera Castatrix).
Nella vite americana, la filossera si formava sulle foglie delle “galle”, entro le quali, si sviluppavano le uova, generatrici (circa 500) incontrollabili, di questo pidocchio.
 I piccoli fogliari, i viticci, ed i tralci erbacei, sono interessati all’attacco di quest’indesiderato nemico.

Sulle radici si formano tuberosità, e nodosità, in seguito alle punture effettuate da quest’afide.
In questo modo è compromessa la normale funzionalità dell’apparato radicale della pianta, la quale va incontro a disfacimento.
Inoltre questo pidocchio, penetra all’interno della radice stessa dove, produce sostanze ormonali, che rendono il tessuto più debole, e facilmente attaccabile, da funghi, e batteri; responsabili d’infezioni letali (ad es. cancri).
Sulle viti europee, fallisce il tentativo delle femmine di formare questo cecide sulle foglie, quindi il ciclo si riduceva ad una serie di generazioni viventi sulle radici, che ben presto marcivano, facendo morire la pianta.
La battaglia contro la filossera fu vinta solo nel 1910 da un francese che individuò il rimedio: innestando le viti Europee su ceppi di vite Americane.
La lotta alla filossera, consiste essenzialmente nel ricercare, le varietà di viti americane più adatte, a fungere da portinnesto, per quelle europee.
Per i nuovi impianti vitivinicoli, sono utilizzate piante innestate, in cui l’apparato radicale (portinnesto, o piede) resiste alla filossera.
Questo è fornito da specie di viti  americane, mentre la porzione epigea (varietà innestata) appartiene a specie europee.
Nelle zone dove sono ancora utilizzate, viti non ancora innestate, la lotta alla filossera, è praticata, tramite alcuni importanti accorgimenti quali: impiantare su terreni sabbiosi, che ostacolano la formazione di questi afidi, con la conseguente disinfestazione del terreno prima di impiantare nuove viti.
Principi attivi da utilizzare contro la filossera sono: dnoc (contro le uova d’inverno), FOSFAMIDONE (in primavera).
Un numero rilevante, quindi molte varietà d’uve pregiatissime scomparvero per sempre dai vigneti europei.La mappa dei vigneti non è più la stessa ma ancora oggi il vino è salvo sulle nostre tavole.
 Il problema fillossera, venne risolto dopo un intenso, e faticoso lavoro di ricerca.
La fillossera, tuttavia, non è stata ancora  debellata: in alcuni territori, infatti, costituisce, un non trascurabile problema.
Alla seconda metà del secolo scorso, risalgono inoltre, le prime acquisizioni nei settori della microbiologia, della chimica enologica, e della nutrizione; della concimazione, della vite. Della biologia,  dell’ampelografia, dell’entomologia, e della patologia viticola; con le quali iniziò, il graduale passaggio della tecnica vitivinicola, dal tradizionale empirismo, alla moderna impostazione, su precise conoscenze scientifiche,
Fu ancora nel secolo scorso che si accentuò, il processo iniziato, nello XIV-XVII secolo, dell’investimento di capitale, nella costruzione d’impianti enologici.
Questo processo si è intensificato, nel secolo attuale, fino ad assumere,                                     durante gli ultimi decenni, dimensioni notevoli a livello territoriale, anche con varie forme associative sia mondiale, con le società multinazionali ad integrazione verticale.
Nel corso degli anni,  in Europa, e soprattutto in Italia, avvenne una profonda modificazione, della viticoltura determinata, dalla necessità, di adeguare le strutture produttive, e tipologiche dei vini. Tali cambiamenti, hanno determinato,nei Paesi d’antica tradizione viticola,una sostanziale riduzione dei consumi individuali di vino,ed un continuo aumento della richiesta: di prodotti       garantiti al consumatore dalle leggi sulla: ”Denominazione d’origine”.
Per quanto, riguarda infine le prospettive future della vitivinicoltura,esistono fondati motivi per attendersi notevoli evoluzioni,rappresentate,anzitutto,dalla possibilità,d’ulteriori progressi tecnici,resi possibili dalle continue acquisizioni della ricerca sperimentale.
Lo stesso superamento delle distanze,con la concorrenza diretta tra i vini prodotti,nei due emisferi,spesso da medesimi tecnici,ed imprenditori,rappresenta una nuova realtà,che non mancherà di produrre,i suoi effetti su un mercato globale.
Vi sono però concreti motivi d’ottimismo,basati sulla fiducia nella capacità di adeguarsi,in tempi utili ai cambiamenti;anche se i vigneti,sono strumenti che richiedono anni per rinnovarsi,quindi entrare in produzione.




I Vitigni: le diverse varietà di Vitis vinifera, hanno di sicura importanza determinante, per lo stile e la qualità dei vini, ma sono soltanto, il punto di partenza.
Sono molteplici i fattori da tener conto, che riguardano: preparazione del terreno, le condizioni ambientali e climatiche e l’arte di fare un buon vino.
Una regola basilare per ottenere una migliore qualità dei vini è di operare, prima di tutto sulla scelta del terreno su cui piantare queste piante.
I suoli più adatti, sono quelli di medio impasto silicei-argillosi, silicei sassosi e calcarei.
Per una viticoltura pregiata, è preferibile, che i terreni siano in collina, che siano curati, e ben esposti al sole, tutto questo, per ottenere, un sublime vino.
Il fattore climatico, è un altro punto di riferimento, per questa pianta.
Le migliori condizioni generalmente sono quelle offerte da un clima temperato, dove la “funzione clorofilliana”, è in grado di offrire al frutto ricchezza di zuccheri, assieme ad un giusto contenuto d’acido.
 La nostra Nazione (Italia), vanta una straordinaria ricchezza di vitigni.
Molti di questi, sono sconosciuti, dimenticati, o addirittura estinti: circa 300 sono le varietà (autoctone), di questa pianta, da definire veri e propri tesori enologici.
La parola autoctona oggi è molto di moda, sta a significare: vitigno che ha origine in Italia, o che è presente, sul nostro territorio fin dai tempi remoti.
Il più arcaico, di questi vitigni (a….) è, la Coda di Volpe, il quale produce uva sin dai tempi degli antichi romani, e ancora oggi si coltiva nelle Regioni Campania.
Per (alloctona), s’intende invece una varietà, introdotta da altri Paesi in tempi abbastanza recenti (Syrah in Toscana, Gewurztraminer in Sardegna).
L’uva di Merlot, e Cabernet Sauvignon, si trovano nel nostro Paese ormai da secoli, pur essendo originarie d’altre Nazioni, hanno trovato posto, nella nostra tradizione.
Il Sangiovese, è il più diffuso nel nostro Paese, coprendo il 10% del territorio coltivato.


Le Regioni Italiane e i suoi vitigni:



Abruzzo: L’area abruzzese coltivata a vite,si concentra sulla collina litoranea e in alcune zone collinari dell’interno.
La fortificazione costituita dall’Appennino abruzzese orientale(Monte della Laga,Maiella e Gran Sasso) scorge a poca distanza dal mare,segnando una netta divisione climatica tra le aree interne e la fascia marittima e proteggendo quest’ultima dalle masse di aria umida  provenienti dal Tirreno.
Trovandosi con un terreno permeabile e asciutto,il clima temperato,la protezione dai venti freddi e umidi,costituiscono condizioni assai favorevoli,per la viticoltura.
Nel 1800 in questa Regione,si diffuse il Montepulciano(a partire da un vitigno originario della Valle Peligna).,verso la fine di questo secolo,l’Abruzzo diventa grande esportatore di uve Montepulciano vinificate in Lombardia e Romagna,con le uve locali di suddette Regioni.
In questa Regione del Centro Italia,la viticoltura interessa circa 35000 aziende,l’uva prodotta,si aggira intorno ai 5 milioni di quintali all’anno,con il 40% dei quali trasformati e imbottigliati in Regione.


Basilicata: Nella morfologia della Basilicata,predominano montagne e colline,con rocce di natura prevalentemente calcarea.
Il clima a causa della posizione della Regione,presenta caratteristiche continentali più che mediterranee,in special modo nelle zone dell’interno.
L’area con maggior interesse  vitivinicolo è quello che si stende a nord di Potenza,fino ai confini con la Puglia sul versante Adriatico dell’Appenino Lucano,concentrandosi nella zona del Volture,(vulcano spento).L’apporto di materiale vulcanico,ha conferito al suolo una singolare fertilità,che associata alla scarsa altitudine e alla favorevole esposizione ha reso il territorio particolarmente adatto allo sviluppo di colture pregiate della vite.
Una particolarità della storia,ci rammenta,che i coloni greci avrebbero importato nell’odierna Basilicata,il vitigno Aglianico e a piantare la vite nella zona del  Monte Volture.
Gli ettari coltivati a vite nella Regione,sono circa 11000,di questibuona parte in uve di Aglianico.


Calabria:Regione prevalentemente montuosa,dove il 45% del territorio, a quote superiori a 500 metri s/l m.
I rilievi in queste zone,non costituiscono un sistema montuoso unitario,ma una serie di eventi orografici con una disposizione longitudinale,hanno impedito al formarsi di lunghi corsi d’acqua,mentre sono frequenti le fiumare a regime torrentizio.La pianura occupa poco spazio in questa Regione (10%).I terreni in questi luoghi,sono formati da materiale alluvionale,depositato a valle dai torrenti durante l’inverno.
Il clima in Calabria,varia da deboli escursioni termiche sulle aree costiere,ad un clima continentale  e temperato all’interno.
In questa Regione come altre del sud Italia(Enotria) furono i Greci a scoprire e a valorizzare la vocazione vitivinicola.
I coltivatori Calabresi,sono rimasti fedeli ai vecchi vitigni,in particolare (Gaglioppo) giunto in queste terre,grazie alla sua capacità d’adattamento,confinandosi in una dimensione “agreste,contadina”ingiustamente penalizzante.
Molti  piccoli e medi produttori però da tempo, si sono posti l’obbiettivo di valorizzare maggiormente questo patrimonio unico,con un attento dosaggio di innovazioni;quali la selezione delle varietà dei vitigni,meglio adatte alle condizioni ambientali.
Sono circa 24000 gli ettari di terreno coltivati a vigna,con una produzione  inferiore ai 550000 di ettolitri.



Campania: il territorio Campano, presenta caratteristiche eterogenee.
Dalla sua morfologia, si distinguono quattro principali zone, i massicci calcarei dell’Appennino Campano, i rilievi arenaceo-argillosi dell’Appennino Sannita, delle terre del basso Cilento; gli apparati vulcanici (Vesuvio e CampiFlegrei); le pianure, che si sviluppano a ridosso della fascia costiera.
La Campania è stata definita “culla della produzione enoica mondiale.
Quest’importante retaggio culturale, giunto fino a noi grazie alla Scuola enologica d’Avellino, fondata nel 1886 da Francesco De Sanctis.
Poco di meno 30.000 ettari sono i terreni dove sono impiantate le varie tipologie di vite, con una produzione annua di 1.826.000 ettolitri di vino.


Emilia-Romagna: Nelle colline morbide e arrotondate,nelle pianure e in una serie di catene montuose non accentuate,,si possono vedere le coltivazioni vitivinicola di questa Regione.
Gran parte della  fama enologica è legata al Lambrusco il vino Italiano più  venduto sul mercato Nazionale e internazionale.
Nelle zone di produzione attuali, sono stati ritrovati semi di vite silvestre(Vitis lambrusca) che risalgono all’Età del bronzo.
Da recenti ricerche,oggi i Emilia Romagna sono 58.000 gli  ettari coltivati.
La produzione annua di vino,ha registrato una netta contrazione dovuta,soprattutto,alla crisi della vendita del vino,ma, con tutto ciò la Regione,è ancora all’apice tra i maggiori produttori nazionali.


Friuli Venezia Giulia: Gran parte del territorio friulano,è montuosa e quindi inadatta alla vite:questa concentrata soprattutto nella zona sud-orientale della Regione.
La fascia collinare, sul confine orientale, si suddivide in due zone,i colli orientali del Friuli,e i dolci rilievi delle zone da Tarcento a Cividale del Friuli.
La passione per la vite e per il vino in Friuli Venezia Giulia risale lontano nel tempo.si parla già dal XIII secolo a.C.
La nuova esplosione però della vitivinicoltura ricorre ai nostri tempi,con l’impianto di nuovi vigneti,questa rinascita,all’insegna della tecnologia, è avvenuta con l’introduzione di vitigni internazionali(Chardonnay,Sauvignon,Pinot,Cabernet,Merlot).
Con circa 19.000  ettari di vigneto,la Regione Friuli Venezia giulia, produce oltre 1 milione di ettolitri di vino.(2% del totale nazionale).


Lazio: Collina e montagna costituiscono oltre 80% del territorio laziale.
La morfologia dei rilievi è caratterizzata da formazioni montuose appartenenti all’Appennino calcareo,cui si affianca,lungo il versante occidentale,il così detto Antiappennino da una serie di coni vulcanici con gli antichi crateri,spesso occupati da laghi.
Una peculiarità della Regione  favorita dalle condizioni climatiche, è stata la diffusissima produzione vinicola familiare,anche in  certe aree, non vocate, per l’autoconsumo.
La superficie coltivata a vite si aggira sui 30.000 ettari;la produzione vinicola si aggira sui 2,3 milioni di ettolitri,di cui l’85% della produzione, è costituito da vini bianchi.


Liguria:  Colline e montagne, caratterizzano la struttura di questa Regione.
Il passo di Cadibona,separa convenzionalmente le Alpi marittime dall’Appennino Ligure.
Nella Liguria alpina, cioè nel Ponente,le valli si dispongono perlopiù perpendicolarmente all’arco costiero aprendo un varco ai venti caldi del mediterraneo verso l’entroterra;mentre nella Liguria Appenninica,cioè nel Levante,le vallate sono orientate longitudinalmente e sviluppano una maggiore lunghezza: i venti addentrandosi nelle vallate, perdono progressivamente il loro calore e apportano notevoli precipitazioni.
Ed è così che il clima, e la laboriosità dei contadini(costruzione di molti terrazzamenti),hanno favorito la coltura della vite,in questa Regione.
Ka liguria coltiva,4800 ettari di vitigni e produce oltre 80.000 ettolitri di vino,in prevalenza bianco.
L’esiguità della produzione si spiega soprattutto con la scarsità del territorio ligure:il limite  fisico è infatti il principale ostacolo a una maggiore diffusione dei vini della regione.

Lombardia:  La Lombardia,è una delle più estese regioni italiane.
Oltre il 40% del territorio, è coperto dalla sezione centrale delle Alpi.
Il clima in questa Regione,è continentale ma con sensibili differenze locali dovute alla morfologia,all’orientamento e all’ampiezza delle valli.
Le zone vitivinicole,anche a causa dei vari clima, sono vocate alla produzione della vite.
I vigneti infatti sono praticamente assenti in alcune province della Regione.
Il terreno coltivato a vite,copre circa 27.000 ettari, la produzione produttiva di vino, si aggira intorno al 1.000.000 di ettolitri,di cui 48% vino bianco, 52% di vino rosso.









Marche: Il paesaggio marchigiano compreso tra l’Appennino e il mare Adriatico,è caratterizzato da una estrema variabilità.
Dal punto di vista orografio,il territorio è ripartito in: montagna (36%),collina(53%),pianura(11%).
Il clima,caratterizzato da piovosità mal distribuita nel corso dell’anno.
Con estate secca, e inverni freddi ,dannosi alla coltivazione vitivinicola.
In questa Regione,sono censite circa 210 varietà di vitigni,ma quelli che prevalgono, sono: Sangiovese,Montepulciano,Verdicchi e Trebbianotoscno.
Sono destinati alla coltivazione della alla coltivazione della vite,circa 20000 ettari di terreno.
La produzione di vino, supera il milione di ettolitri,dove la prevalenza sono vini bianchi.



Molise:  Il territorio molisano,è collinare per il 47% e montuoso per il resto 53%.Procedendo per dai rilievi appenninici verso il mar Adriatico,si incontra una continua successione di ondulazioni,costituite prevalentemente da terreni di tipo argilloso-sabbioso,con zone ghiaiose di colore rossastro,per l’alto contenuto di ferro.
Il clima è vario,con sostanziali differenze,tra la fascia costiera (clima marittimo) e l’interno(escursioni termiche)con intense piogge a secondo della stagione.
L’aerea destinata alla coltura della vite è di 7650 ettari circa,con una produzione intorno ai 300.000 ettolitri.


Piemonte: 



.

 
                            

                                          



                                               

                                    

                                  Vini a bacca rossa

Aglianico: vitigno a bacca nera, ci dona un vino rosso d’origine ellenica. Da origine (Aglianico del Vulture, e Taurasi Basilicata).Questo vitigno, è diffuso in prevalenza in Italia meridionale (Campania, Basilicata, Puglia). Si ricava un vino cupo e corposo, fruttato al gusto di mora, quasi d’aver ereditato dal vulcano potenza, e austerità.
Questo vino, può essere invecchiato, forse per le sue origini greche, che lo spingono a cercare di raggiungere l’immortalità, acquistando una grand’eleganza.
Barbera:   vitigno, prevalentemente Piemontese, occupa, infatti, circa la metà della produzione di vino rosso in questa Regione.
La sua prima citazione, la troviamo all’inizio del VI secolo d.C.nei catasti di Chieri (Torino), e di Nizza Monferrato (Asti), fu poi Gallesio a chiamarla (Vitis vinifera Montesferratensis), per caratterizzarla come uva tipica del Monferrato.
Da una recente interpretazione, il suo nome, deriva dall’incrocio, tra la parola barba (dal suo complesso sistema di radici), e il termine dialettale albéra (boschi dove furono impiantate le viti, per sostituire altri alberi).
Definito “vino della casa”, era forse la natura” popolare”di questo che lo  escluse dal novero dei prodotti di prestigio.
La sua mutazione fu avviata negli anni 70-80, grazie agli sforzi di coordinazione della produzione, e dell’immagine di questo prodotto. Vino di gran consistenza,  di colore rosso rubino, carico, vivo, tendente al granato, con il tempo acquista riflessi tenui arancione, corposo, con note di prugna e amarena, e tipico da invecchiamento.

Bardolino:, Da un gradevole incontro tra queste uve (Corvina, Rondinella), nasce un sublime vino.
Queste uve, sono vinificate in prevalenza nella zona del Veronese, ed altri comuni limitrofi.
Il Bardolino, è un vino non particolarmente longevo, per questo va consumato, massimo dopo il terzo anno dall’imbottigliamento.
Nettare piacevole, e fragrante, grazie anche ad un  clima, carettarezzato da frequenti escursioni termiche.
Questo vino, è di colore rosso rubino, tendente al ceresuolo (ribes e lampone) di sapore asciutto, sapido, leggermente amarognolo, che si trasforma in granato con l’invecchiamento.
Barolo: considerato vino per antonomasia,  prodotto sulle colline delle Langhe, il Barolo è uno dei più eccelsi vini Italiani.
L’uva che genera questo vino è il Nebbiolo.Alba e provincia sono le terre di questo nettare.
Queste uve sono molto sensibili alle variazioni di temperatura, e alle differenze di terreno, e d’altitudine; ed  è per questo motivo, che il vitigno nebbiolo, dà prodotti diversi, da luogo a luogo.
Sorprendente è questo, anche a poche centinaia di metri di distanza, le uve di un vigneto, sono differenti da quelle di un altro.
Il periodo minimo d’invecchiamento, è di almeno quattro anni, ma raggiunge la sua perfezione verso i dieci anni; non superando però i venti anni.
Il suo color rosso granato, assume nel tempo riflesso color mattone, il suo profumo etereo, gradevole, intenso,  il suo sapore asciutto, pieno, robusto ma vellutato, fanno di questo vino, una vera melodia  per il palato.
Bonarda: varietà e vino diffusi soprattutto in Lombardia, anche se, a causa di un errata identificazione, che risale a secoli fa, esiste delle confusioni, intorno alle varietà bonarda, croatina, e uva rara.
La Bonarda, è prodotta nelle zone del Pavese, (tradizionalmente denominata bonarda), anche se, questo vitigno sembra abbia avuto origine in Piemonte.
Il suo colore rosso rubino, con riflessi porporini, l’odore intenso e gradevole, richiama il sapore di frutta, il floreale, e lo spezziato.
Di sapore secco, amabile e dolce, o frizzante, questo vino dell’Oltrepò si accompagna bene con qualsiasi piatto.
Brunello di Montalcino: vino rosso, ricavato da uve Sangiovese Grosso. Uve provenienti dal vitigno Brunello, coltivate in terra Toscana (Montalcino).
La particolarità del Sangiovese Grosso, è quella di avere delle bacche più grandi e polpose.
Vino notissimo per la sua austerità, e per la capacità di invecchiare molto a lungo; infatti, prima di consumarlo, è conservato, e curato in botte, per almeno quattro anni.
Per la sua longevità, può bersi anche dopo, dieci o venti anni.
Corposo, balsamico,  rosso rubino intenso, è il suo colore. Un sapore asciutto, caldo,
morbido, e armonico, Brunello di Montalcino, è stato il primo vino Italiano a conseguire,
la Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (Docg).
Cannunau: Si può definire il rosso più rappresentativo della Sardegna.
L’uva Cannunau,  fu introdotta in quest’Isola dagli Spagnoli, conosciuta con il nome di
Granache (Francia meridionale, Spagna).
In bassa percentuale, altre uve concorrono, a migliorare quest’eccelso vino, il bovale grande (localmente detto girone), bovale sardo o muristellu.
Di colore rosso rubino, tendente all’arancione se invecchiato; profumo gradevole, sapore dal secco, all’abboccato, sapido; con sentori vegetali di mirto, frutti rossi, e spezie.
Cesanese: il Lazio culla dell’Impero Romano la storia del vino, si respira nell’aria.
Questo vitigno primeggia nella produzione locale di vini rossi, sia per la sua struttura, e, nell’originalità.
Prodotto per tradizione molto in anticipo rispetto agli altri vini, può essere considerato un autentico   novello.
Rosso rubino è il suo colore, tendente al granato con l’invecchiamento.
Odore delicato, ampio, ed intenso, sapore asciutto e morbido, leggermente amarognolo, prevalgono nette, sensazioni speziate, e di frutti di bosco, e polvere di caffè.
Si abbina molto bene con un prodotto di stagione (castagne).

Cirò: dalle uve del vitigno Galglioppo  (probabile origine greca), e con piccole aggiunte di greco bianco, si può gustare questo mediterraneo vino.(Calabria)
Di colore rosso rubino carico.Un profumo gradevole anche se intensamente vinoso, sapore caldo, armonico; il suo aroma, e il suo corpo austero, con l’invecchiamento fa di questo vino, una delle gemme dell’enologia Italiana.
Dolcetto: vino rosso Piemontese, ottenuto con le uve dell’omonimo vitigno.
Il vitigno Dolcetto, sembra proprio che sia d’origine langarola; il nome di questo, nasce dal fatto che l’uva prodotta, è povera d’acidità, risultando particolarmente dolce, al contrario
di quanto si pensa, il vino che si ricava, è secco e leggermente amarognolo.
Nel secolo scorso, si credeva che le uve Dolcetto avessero capacità terapeutiche, riuscendo così a contribuire alla cura dell’anemia, e la stanchezza.
Oggi, il Dolcetto, è uno dei vini piemontesi più conosciuto, e prodotto.
Il colore di questo vino è rosso rubino brillante, con un profumo intenso, delicato, e vinoso, fruttato con il gusto di mandorla, e vaniglia.Di sapore fine e bilanciato, talvolta leggermente frizzante e morbido.
Gutturnio: prodotto con uve Barbera, e Bonarda questo vino si produce sui colli Piacentini.
Le uve di Barbera conferiscono a questo vino, forza, corpo e longevità, con l’uva Croatina (Bonarda) dona; freschezza, e garbo.
Si presenta di colore roso rubino, in parte intenso, all’olfatto, i sentori del mosto in fermentazione; è fruttato, e floreale.
In bocca, è secco oppure abboccato, gradevole, fresco, tranquillo o vivace.
Va consumato non più tardi dei due anni dalla sua produzione.
Lagrein: Vitigno, Altoatesino e Trentino, varietà rossa che fa nascere vini ricchi di profumi (ciliegia nera, ribes).
Il Lagrein, è diffuso soprattutto in provincia di Bolzano, la zona di produzione di questo rosso nettare, è molto ampia poiché comprende numerosi comuni della provincia.
Qui la viticoltura, è assai antica, reperti di vinaccioli sono stati scoperti in strati archeologici appartenenti all’Età del Ferro.
Questo vino,è vinificato utilizzando l’omonimo vitigno (95% minimo).
Ha un colore rosso rubino,brillante brioso,esuberante;sapore pieno,morbido e vellutato.
Il vino Lagrein, va consumato molto giovane,da non superare i tre anni .
Lambrusco: varietà d’uva, e vino rosso, diffuso nell’Italia settentrionale, prevalentemente in Emilia Romagna.
I Romani chiamavano le viti selvatiche che crescevano ai margini (labrum) dei campi coltivati (bruscum), labrusca vitis.
Con il passare del tempo questo vino, prese il nome di  lambrusco.
Colore rosso rubino, quasi violaceo, spumoso, vivace, fresco ed evanescente; di sapore asciutto o amabile, e saporito, fa di questo vino spumoso, una prelibata bevanda adatta a tutti.
Monte pulciano d’Abruzzo: Tipico vino fatto con uve del vitigno Montepulciano, con delle piccole percentuali di Sangiovese.
Furono gli Etruschi ad insegnare al popolo Abruzzese, l’arte della viticoltura, e le più elementari, e rudimentali tecniche di vinificazione.
E un vino di calda tonalità rosso rubino, tende al color  granato con l’invecchiamento.
All’olfatto, esprime una gran ricchezza di profumi, soprattutto di frutta rossa matura, speziato è il suo odore. (ciliegie, lamponi, mirtilli).In bocca rimane quel gusto asciutto, pieno, e robusto.
Per effetto della conservazione in recipiente di legno, questo nettare può rivelare, un delicato sentore di questo.
Nebbiolo: Sulle colline, che costeggiano il fiume Tanaro, con le uve del vitigno Nebbiolo, si ottiene questo caratteristico vino.
L’origine del nome potrebbe far riferimento al periodo della raccolta delle uve (ottobre inoltrato), quando s’affacciano le prime giornate di nebbia.
C’è anche chi afferma che questo nome gli sia stato dato, a causa dello strato di brina (pruinoso) che, coprendo i chicchi, n’annebbia il colore.
Può presentarsi corposo, se invecchiato (consumato, dopo tre anni dalla vendemmia), oppure delicato e armonico in età giovanile.
Se invecchiato, il suo colore, è un rosso rubino, più, o meno carico e con riflessi  color granato.
Il suo sapore va dal secco al morbido; tannico da giovane, vellutato e armonico da maturo.
Negroamaro: Il negroamaro è uno dei vitigni più rappresentativi della Puglia, da lui è ricavato l’omonimo vino.
Da alcune fonti storiche, pare che la viticoltura in loco, sia stata portata dai Fenici, già nel 2000 a.C,quando colonizzarono la Regione, introducendovi,molte varietà di vitigni.
Per molto tempo usato come vino da taglio.
Ora utilizzato in purezza,grazie al rinnovamento delle tecniche,di vitivinificazione.
Di colore rosso rubino scuro, tendente al granato, dai riflessi quasi neri.
Odore vinoso, gradevole e intenso; al palato rimane asciutto, armonico, ed elegante, ed anche un po’ fruttato.
Nero d’Avola: uva rossa di Sicilia.
Dalla sua spremitura, escono dei vini, molto fruttati (prugna, visciola, e amarene).
Eccezionali, sono: la sua potenza, ed il suo spessore.
Di colore rosso rubino molto marcato, consistente, e longevo, sono le caratteristiche, di questo fruttato nettare.
Petit Rouge: questo vitigno dal nome Francese, è una delle perle, della produzione di vino in Valle d’Aosta. Le montagne, infatti, sembrano voler difendere questa Regione, dalle incursioni esterne e occultare agli occhi, il valore si, di una produzione limitata, ma d’ottima qualità.
Da queste uve si riesce a ricavare un eccelso vino il Torrette.
Alla vista si presenta, con un color rosso rubino vivace con dei riflessi violacei. Il suo profumo di rosa selvatica, che con l’invecchiamento, si caratterizza per un sentore mandorlato.
Il suo gusto è vellutato, distinguendosi per una tipica e leggera nota amarognola.
Piedirosso: vitigno a bacca rossa, amante del clima mediterraneo, e dei terreni vulcanici; largamente coltivato in Campania.
Il nome di questo vitigno, pare derivi dal fatto che il raspo del grappolo, ricorda la struttura del piede di un colombo.
Da quest’uva, si ottiene un vino di colore rosso rubino; note balsamiche, e d’erbe aromatiche (salvia, rosmarino, menta), catturano l’olfatto.
Odore fragrante ed  intenso è caratteristico, sapore asciutto, e armonico, giustamente tannico.
Refosco: varietà d’uva rossa Friulana, i suoi vini, dona quel profumo fruttato di: (ribes, ciliegia nera, mora, e lampone).
Al palato si fanno sentire anche quell’aroma di pepe nero,mandorle fresche,e a volte il gusto della menta.
Una sua proprietà e quella di essere nominata,refosco dal peduncolo rosso (allungamento del grappolo),così detta dal colore del suo peduncolo.
Il suo colore, è: rosso rubino intenso, con delle frastagliature violacee.
Raggiunge il suo ottimo impegno con il passare degli anni, divenendo un armonico vino.
Rossese:Uno dei vitigni più in luce in questa Regione,la Liguria.
Questo frutto Ligure,fa nascere un ottimo vino il” Rossese Riviera Ligure di Ponente”,la sua moderata corposità,lo rende piacevole,e profumato.
Di colore rosso rubino,in parte intenso;in bocca rimane asciutto dando una sensazione tendenzialmente dolce e carezzevole,amarognolo quanto basta,delicatamente tannico.
Al naso è delicato con i suoi profumi floreali di rosa canina,rosa,e viola,nonché di frutti di bosco,prestandosi elegantemente ad un notevole invecchiamento (quattro cinque anni).
Venaccia di Serrapetrona: vitigno “minore” delle Marche, d’antica coltivazione hai piedi di Serrapretona (MC), ove si produce l’omonimo vino spumante naturale.
L’eccellenza di questo sublime rosso Marchigiano, deriva dal fatto che una buona parte delle uve, è messa ad essiccare su graticci, prima di essere spremuta.
Colore dal granato al rubino, il profumo aromatico, e vinoso, il suo sapore che dal secco passa al dolce, per diventare gradevolmente amarognolo.
Spuma persistente a grana fine.
Si consuma da fine giugno, dell’anno successivo alla vendemmia.



                                  Vitigni e Vini a bacca bianca

Albana: furono i romani a portare la vite d’albana, in Romagna; dagli omonimi Colli Albani a sud di Roma. Altri dicono, che questo nome derivi dal latino albus”bianco”.
I vini prodotti con queste uve, hanno un profumo di, susine e melone.
Di colore giallo paglierino, tendente al dorato se invecchiato.
Il suo sapore asciutto, dove tutti gli elementi che lo compongono, sono ben mescolati tra loro, senza che nessuno prevalga sull’altro, rendendo al corpo una sensazione di calore.
Ansonica: nelle zone collinari e pedocollinari della provincia di Grosseto, nasce questo vitigno, dove è prodotto anche un eccellente vino bianco.
Di colore giallo paglierino, in parte intenso, al naso leggermente fruttato, e floreale, in bocca il sapore è asciutto, dolce e carezzevole, e vivace.
Va bevuto giovane (12-15 mesi).
Basilicata DOC:Sono diversi i tipi d’uvaggi usati per la produzione di questo Vino,Asprino Bianco,Bombino Bianco,Pinot Bianco,Pinot Grigio ,Chardonnay,Fiano,Garganega,Malvasia di Basilicata,Trebbiano Toscano e verdesca.
In queste zone sono le Aziende a decidere l’uva da usare per questo Vino Basilicata Bianco IGT.
Si presenta con un colore giallo paglierino circa intenso;al naso è gradevole,fruttato,floreale,di buon’intensità e discreta perseveranza;in bocca rimane secco,mediamente caldo,abbastanza morbido,di buon equlibrio,armonico e fine.
Blanc de Morgex et de La Salle : Nella zona tra i comuni di Morgex e di La
Salle in Valdagine,nelle vicinanze del Monte Bianco,si producono questi due vini.
Di colore giallo paglierino tendente al verdino,delicato,fresco e leggero al naso,con piacevole sottofondo d’erbe di montagna;in bocca è secco,acidulo,raffinato,di medio corpo.
Catarratto: varietà d’uva Siciliana, che reca vini bianchi di buona consistenza; dal fatto che si coltiva in altura.
Quest’uva è usata per produrre l’Alcamo, un vino di color paglierino in parte carico, con riflessi verdognoli, profumo fragrante, e con sentori vegetali, di gusto gradevole, amarognolo, ricco d’alcol e di sostanze estrattive (concentrato).
Bevuto giovane, si gusta il pieno sapore della sua freschezza.
Cortese: da un terreno fertile adatto ad essere vitato nasce nel Piemonte il vitigno a bacca bianca Cortese.
Questo produce un vino dotato di buona concentrazione zuccherina, e tasso alcolico modesto.
Il vino si presenta di un colore giallo paglierino chiaro, tendente al verdognolo; odore caratteristico, tenue ma persistente, delicato, sentori di frutta gialla e bianca, con richiami erbacei e minerali, al palato rimane, quel sapore asciutto, e armonico; piacevolmente amarognolo.
Fiano d’Avellino: questo vitigno nasce nel comparto vitivinicolo irpino.
Si dice che gli antichi Romani, apprezzavano i vini prodotti nella Via Appia, che attraversa questa zona. Plino: (Fiano=Apianum, perché i suoi grappoli  dolci erano amati dalle api, golose d’uva).
Questo nettare chiamato Fiano d’Avellino, è un bianco elegante, raffinato, e capace d’invecchiare per molti anni.
Si presenta di colore, giallo paglierino, un profumo, e un odore, gradevole, fruttato, con ricordi d’uva ammostata.
Armonico, asciutto, e buon corposo, e il suo sapore.
Si può gustare anche dopo i due anni dalla sua produzione.
Frascati DOC:La zona dei Castelli Romani,è particolarmente vocata per la viticoltura,grazie alla composizione dei terreni,ricchi di sali di potassio e di fosforo;ed il clima mitigato dalla presenza di numerosi laghi.
Il Frascati vino bianco di colore paglierino, con dei riflessi dorati;al naso è giovane, fragrante,con un profumo d’uva matura e sentori di mela e salvia.
In bocca,rimane quel gusto sapido,morbido e vellutato,fresco  ed equilibriato.

Grechetto di Todi: varietà d’uva bianca, coltivata in Umbria, precisamente nelle zone di Todi.
Questo vitigno prese il suddetto nome, perché durante il Medioevo si pensava  a produrre vini simili a quelli, che erano importati dal Mediterraneo (Greci).
Generalmente, i vini da uve Grechetto, hanno il colore giallo paglierino, un odore garbato di fiori di sambuco, il gusto è secco, fruttato, morbido e abboccato, con un retrogusto amarognolo.
Lamezia Bianco DOC:Il clima della Calabria,la composizione dei terreni,consentono di ottenere questo Lamezia Bianco;prodotto con Greco Bianco ed altre uve locali.
Di colore giallo paglierino lucido,profumato,fragrante,gradevole e caratteristico al naso,ricorda i vini appena svinati e l’uva ammostata.
Il suo sapore è:asciutto,vellutato e pieno.
Martina DOC:Dai vitigni Verdeca,Bianco d’Alessano,Fiano,Bombino e Malvasia Toscana,si estrae,questo noto ed antico DOC Pugliese.
Verdolino o paglierino chiaro è il suo colore,ha profumo delicato,giovane,gradevole,con note di mela,meone,agrumi e sentori erbacei.
Il sapore è asciutto,delicato e fresco.
Molise Greco Bianco DOC:Questo vino è ottenuto,con l’impiego dell’anonimo vitigno;i suo nome ci porta certamente alle sue origini (Grecia).
Si presenta di colore giallo paglierino;al naso rimane quel profumo delicato,gradevole,deliziosamente fruttato e floreale.
Al palato lascia quel sapore asciutto,sapido,intenso,armonico.
Nosiola: la sua zona d’origine e il sud del Trentino.
Il vitigno del Nosiola, predilige le zone collinari soleggiate e ventilate.
Questo suo nome deriva da “nocciola”, per il colore giallo, con riflessi verdi della buccia, e per quel suo sapore amarognolo.
Il vino prodotto con queste uve, ha un colore giallo paglierino, con il naso si riesce a scoprire quel suo profumo delicato, fruttato, soprattutto con ricordi di nocciola, e tenui sentori di frutta tropicale; un sapore salato dovuto alla presenza di sali minerali; lo rende lievemente amaro.
Leggero, fine, e corposo.
Pigato Doc (Riviera Ligure di Ponente):Un detto Ligure ci dice che le novità
Sono sempre arrivate dal mare,e sembra proprio che il Pigato sia giunto dal mare (Grecia).L’insolito nome potrebbe derivare dal termine dialettale pigau, (punteggiato),poiché gli acini si presentano tempestati da puntini marrone.Questo vitigno in Liguria ha saputo esprimersi davvero al meglio.
Questo vino è prodotto a tiratura limitata con l’anonimo vitigno.
Questo vino di colore giallo paglierino,con riflessi dorati e verdini,ha un odore ampio,intenso,con sentori di pesca matura e di fiori di campo;ha un sapore morbido,di buona persistenza,con sfumature che richiamano il gusto della mandorla.

Riesling Italico (Oltrepò Pavese):
Vino bianco,d’origine incerta;ottenuto da uve Resling Rennane,arrivato in queste zone all’inizio del xx secolo,un particolare lo dobbiamo però notare non va confuso,con il Resling Italico.
Di colore giallo paglierino con lance ambrate.
Ha un profumo gradevole da ricordare l’uva matura,le mele e  fiori di tiglio;con quel sapore secco e gradevole,può essere tranquillo,vivace e frizzante.
Trebbiano d’Abruzzo doc:
Questo vino è ottenuto dalle uve del vitigno Bombino bianco,localmente detto Trebbiano d’Abruzzo.
Prodotto nelle quattro province,L’Aquila,Chieti,Pescara e Teramo.
E’ particolarmente apprezzato quello le cui uve,provengono dalla parte collinare sotto ad una certa altitudine,e dai terreni che scendono verso il mare.Ha colore giallo paglierino o dorato,un sentore vinoso e gradevole,colpisce l’olfatto
Verdicchio dei Castelli di Jesi:
Nel territorio dei Castelli di Jesi ,le colline nel cuore della  provincia d’Ancona,per una certa particolarità del terreno e del clima, e soprattutto la costante ventilazione che impedisce il formarsi dell’umidità sui  grappoli,
si è radicato il vitigno Verdicchio.
Questo vino è di un colore giallo paglierino,a volte con sottili sfumature verdi,che volgono al dorato con la maturazione,un profumo delicato,una fragranza fresca e persistente di frutta e fiori,con un leggero sentore di mandorle amare.
In bocca il sapore è asciutto,fine e armonico,con un fondo gradevolmente amarognolo.
Verduzzo Friulano Doc:Vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia.
Esistono due cloni di Verduzzo Friulano:uno verde coltivato principalmente in aree pianeggianti;l’altro giallo, coltivato e prodotto,nelle zone ciottolose.
Colore giallo dorato chiaro o giallo paglierino;l’odore  è gradevole,delicato,caratterizzato da piacevoli note fruttate di pesca e albicocca;il sapore di questo vino,è asciutto,amabile o dolce a seconda delle diverse tipologie;di corpo lievemente astringente e allappante. 
Vermentino di Gallura:
Questo vitigno è radicato nel nord della Sardegna.
Quando venne definitivamente coltivato in queste zone,dava vita ad un vino poco forte,ma con l’arrivo degli Spagnoli,subì un totale cambiamento,per incontrare i gusti Iberici.
Questo lembo settentrionale della Regione,è l’area dove quest’uva ha messo le sue radici.
Si presenta di colore giallo paglierino con delle sfumature verdognole;intenso è l’odore,con quel profumo fruttato,floreale delicatamente speziato.
Il gusto secco,morbido e leggermente amarognolo,rende questo vino,di una personalità risaltante.
Persistente ed intenso il gusto-olfattivo.



Vespaiolo: il sinonimo di questo, deriva con tutta probabilità, dal fatto che gli acini maturi, attiravano le vespe, questo vitigno Veneto si trova sulle colline di Breganze a sud di Vicenza.
La produzione vinicola in questa zona è millenaria, sembra che in epoca romana, prosperò al punto, che i dogi della Serenissima, donavano i vini prodotti, alle monarchie europee.
Questo sublime nettare dal colore giallo paglierino intenso, s’intrica al naso con un aroma di frutta, e fiori, con sentori di miele d’acacia, bene in evidenza.
In bocca: asciutto, con una piacevole nota fresca e leggermente aspra sul finale.






                                                   Vini Rosati




Aglianico del Taburno:La Puglia è la regione Italiana,più vocata alla produzione di Vini Rosati,sia per le qualità di vitigni che si coltivano sia per il clima.
Questo Rosato,profumato di fiore,è un vino di grande pregio.
Il suo colore rosa ci ricorda gli aromi di ciliegie,fragole selvatiche e ribes.
Caratterizzato da un profumo delicato,fresco e fruttato,un sapore morbido e fresco,deve avere un minimo d’invecchiamento almeno cinque mesi,per far si che questo vino si arricchisce di piacevoli note floreali,che richiamano il profumo dei petali delle rose.
Alto Adige Lagrein Rosato:Tra i più apprezzati d’Italia,il Lagrein è uno dei vitigni autoctoni più importanti dell’Alto Adige,anche se l’origine di tale vitigno,è trentina.
Adattatosi bene anche in Trentino,questo vino,viene coltivato prevalentemente nei terreni alluvionali,dei fondovalle.
Prodotto in zona Ladina,il Lagrein Rosato,si presenta anche con un nome tedesco Lagrein Kretzer.
E’ un Vino di colore rubino chiaro o sovente al rosato,con riflessi  color salmone.
L’odore gradevole,si caratterizza,per  gli eleganti sentori di frutta(prugne e lamponi).
Il suo sapore,armonico,elegante e  fresco,non lascia al nostro palato,una forte corposità.
Bardolino Chiaretto:La zona del Bardolino,si affaccia sulla sponda Veronese del Lago di  Garda,conosciuto come vino Veneto,ilBardolino Chiaretto, è uno dei Rosati più conosciuti in Italia.
Questo nettare rosato,nasce da più uvaggi: “Corvina Veronese,Rondinella,Molinara,Barbera, Sangiovese.
Colore chiaro ,rispetto a un rosso,tutto questo distinguibile al fatto della macerazione del mosto,per il Chiaretto Rosato (10-12 ore),Rosso(circa 8 giorni).
Il suo colore rosato,che ricorda il colore della ciliegia,è definito cerasuolo.
La sue delicate sfumature,vanno dal ramato al corallo.
Il profumo delicato e fragrante con note floreali e fruttate,(ciliegia,fragola,lampone e pompelmo rosa),completa la ricchezza olfattiva di questo Rosato.
Il gusto armonico,fresco,fragrante rende questo vino,leggermente frizzante.
Biferno Rosato Doc:In questa piccola Regione Italiana,il Molise,l’attività vitivinicola,è molto intensa.
Dalle uve a bacca nera (Montepulciano,Trebbiano Toscano,Aglianico),si può ricavare uno dei vini Doc della zona,il Biferno.
Si presenta di una tonalità rosa più o meno intenso,il profumo ha odore delicato,ricco di fragranze fruttate;in bocca ha sapore asciutto,armonico e fresco.


Calabria Rosato: Da vitigni magliocco,gaglioppo,nerello mascalese e greco nero, si può gustare questo rosato Calabrese.Oltre a questi vitigni ormai entrati nella tradizione della regione  ,sono aggiunti altri vitigni internazionali, come il cabernet,merlot e syrah,che fanno di questo vino una rievocazione storica dai tempi delle prime Olimpiadi.
Non c’è dunque da stupirsi,se ai vincitori di queste,veniva offerto il Cremissa,vino ottenuto da uve della costa ionica calabrese.
Cerasuolo tenue,limpido e luminoso,è il suo colore.
Il suo odore è fruttato con note erbacee e vegetali;medio  corpo,leggermente tannico,fresco e sapido è il suo sapore.


Campania Rosato:  Vino che comunica storicità.

In Campania infatti, tra le culture agricole,la vite ricopre un posto di primaria importanza e la regione vanta una tradizione enologica di origine molto antica.
Aglianico, piedrosso, sciascianoso e uva di Troia,sono i principali vitigni,per dar vita a questo nettare Campano.
Di colore rosa cerasuolo più o meno intenso,odore floreale,fruttato,speziato.
Di sapore leggermente tannico,con discreta struttura è sapidità


Cannonau Rosato: Dalla Barbagia,Baronia e Ogliastra,sulle colline del Gennargentu (Sardegna) , si può gustare questa delizia di vino.

Questi vitigni di Cannonau,si affacciano nelle fasce litorali della Regione.
Questa vite per le sue qualità, vengono felicemente coltivata,anche  nelle aree californiane e australiane.
Potente come un rosso,di bel colore rosa brillante,questo vino a un odore gradevole e caratteristico,con un sapore secco e sapido.



Carmignano Rosato:  Franco ,schietto e sincero come la sua Regione di origine, la  Toscana. il Carmignano, è un rosato versatile, intercambiabile e  intraprendente,adatto ad ogni occasione.
Dalle uve di Sangiovese e Canaiolo nero,viene fuori questo vino,familiarmente chiamato: “Vin Ruspo”.
Di colore rosato chiaro perché il mosto resta per brevissimo tempo a contatto con le vinacce; fragrante e fruttato di media intensità è il suo odore,con un sapore secco,sapido,fresco e gradevolmente acidulo,il Carmignano,e adatto per tutte le situazioni.


Colli dell’Etruria Centrale: Variegati uvaggi, concorrono alla formazione di questo rosato.( 50% di Sangiovese,20% o 30% di Montepulciano eventualmente completate con altri uvaggi a bacca nera.)
L’influsso benefico del Mare e del lago di Bolsena,si fa sentire positivamente sui vigneti della zona.
Questo vino ,di colore rosato più o meno intenso;si caratterizza per gli intensi sentori fruttati e con leggere note floreali con richiami erbacei.
In bocca  il suo sapore è secco o amabile,equilibrato,talvolta fresco e vivace.
Si abbina con degli antipasti di salumi e risotti di verdura.



Etna Rosato:  Vino pieno,composto,compiuto e fragrante,ma al tempo stesso solenne,maestoso,eccellente.
Dal uve di nerello mascalese,nerello mantellato,dalla fertilità del terreno vulcanico,ricco di sali minerali,e infine caratterizzato da forti escursioni termiche tra giorno e notte;nasce questo vino  tutto Siciliano.
Proprio queste escursioni consentono all’uva di arricchirsi di profumi complessi e molto intensi.
Di colore rosato tendente  al rubino,odore intenso e fruttato,con un sapore secco è armonico,riesce a regalarci tutto il calore di quest’isola Italiana.

Friulia Annia Rosat:  Il Friuli Annia  Rosato viene vinificato con l’impegno di una o più varietà di uva a bacca nera autorizzate e raccomandate nella zona di produzione.
Si tratta di un  DOC che si estende in territori pressoché pianeggianti,forse anche per questo motivo questa lembo di territorio ha scoperto la sua
Vocazione per la viticoltura e la vinificazione solo recentemente.
In queste zone i vitigni  risentono della benefica influenza della laguna.
Si presenta di colore rosato,tendente al cerasuolo.
Garda Classico Chiaretto: Dalle uve Gropello(Santo Stefano,Marzemino,Sangiovese,Barbera,internazionalmente noto per l’aggiunta di altri uvaggi.L’area comprende che colline che circondano le sponda occidentale e  meridionale del lago di Garda.
La vinificazione avviene lasciando macerare il mosto sulle bucce il tempo
Necessario,perché il vino possa raggiungere quel colore Rosato, che lo si può paragonare, al colore di petali di rosa.
Questo Vino si presenta con u delicato profumo fruttato(lampone e fragola)nonché sentori floreali di rosa. Quel sapore sapido e fresco,può lasciare un leggero amarognolo in bocca.


Lambrusco Reggiano: Da Uve di Lambrusco Salamino (85%) ed altre sempre di Lambrusco nasce un piacevole ed intrigante Rosato tutto Emiliano, eccelle dal panino al salame, alle tagliatelle al lardo soffritto e lumachine di mare in umido.
Il Lambrusco Reggiano, si differenzia per questo mix di uve, prendendo le caratteristiche di ognuna di queste.
Il colore rosato, più o meno intenso, è dato da una parziale e breve macerazione, con le bucce.
Al naso si presenta con un profumo fresco di violetta, frutti di bosco.
In bocca secondo il grado zuccherino, può presentarsi, secco. Abboccato, amabile e dolce.
Basso è il suo tasso alcolico, questo Vino si produce anche nella versione Frizzante, e nella tipologia Novello, se vinificato prevalentemente con macerazione carbonica.


Marche Rosato: Da uve di Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Merlot cilegiolo ed altre specie di uve a bacca nera, nelle Marche un Vino Rosato di particolare valore.La viticoltura di questa Regione, trova la sua giusta collocazione sulle colline, con un terreno argilloso ed un clima mite adatto alla vite.
Il Marche Rosato, ha un profumo delicato e fruttato(fragole e lamponi), al naso, si presenta con delle note floreali, di petalo di rose, fiori di campo, ed erba appena tagliata.
Il suo gusto leggero e un accennato retrogusto amarognolo, conferiscono questo Vino, ancora più freschezza.
Il Rosato delle Marche, accompagna gradevolmente: antipasti di salumi e brodetti di mare.
Guadagna in gusto, se è consumato entro 1 o 2 anni, dalla produzione.


Monferrato Rosato: L’area di produzione di questo Rosato Piemontese, si trova tra le province di Alessandria ed Asti.
Dai Vitigni della tradizione Regionale quali: ”Dolcetto, Barbera e altre uve a bacca nera autorizzate, e dai terreni a giacitura collinare e bene esposti, con un terreno di natura argillosa e calcarea si ottiene, come lo chiamano in queste zone, il Ciaret.
Si presenta di un colore che varia dal Rosato al Rubino chiaro.
All’olfatto, l’odore delicato e gradevole, ricorda il mosto in fermentazione, percependo quindi sentori fruttati, floreali e erbacei.
Alle papille gustative, arriva con sapore asciutto e armonico, con una buona freschezza e una discreta persistenza.
Si abbina con, vitello tonnato, riso e vitello arrosto.



Montepulciano d’Abruzzo (cerasuolo): Il Montepulciano è il Vitigno a bacca nera, più noto d’Abruzzo.
La zona di produzione di questa Uva è molto vasta, confinando con più Regioni.
Ottenuto all’85% dall’omonimo vitigno, con lo stesso procedimento di ogni Vino rosato, nasce questo Montepulciano cerasuolo.
Il Montepulciano predilige i terreni argillosi-calcarei, trovando quindi terreno adatto in questa Regione.
Vino di grande struttura, soltanto il suo colore è tipico del Rosato, anche se all’occhio sembrerebbe più un Vino Rosso.
Floreale e profumato al naso.
Armonico secco e morbido, con un retrogusto mandorlato in bocca.
Si può abbinare ad una cucina molto variegata, che va dal pesce, alla carne.



Pornassio o Ormeasco: Grazie alla ricchezza di minerali sul terreno e dalle Uve di Dolcetto, che i Liguria sono chiamate Ormeasco, in questa Regione, si produce un leggero Vino Rosato.
Il Pornassio, è un gradevole Vino Rosato, che si produce in vari Comuni, in provincia di Imperia.
Il nome di questo Vino significa”schiaccia e trai”, che sarebbe il principio il principio della sua Vinificazione.
Si presenta con un colore rosa corallo, al naso ricorda il mosto in fermentazione, con un retrogusto di frutta e fiori.
Al palato rimane, quel gusto gradevole di medio corpo e leggermente amarognolo.
Adatto ad accompagnare: zuppe di pesce, carni bianche e primi piatti, come risotto al nero di seppia.



Terra dell’alta Val d’Agri: La Lucania, non ha vitigni autoctoni, ed è per questo che per la produzione dei Vini, si è affidata ad altre Regioni confinanti.
Le Uve dell’Aglianico del Volture per esempio, sono riuscite bene a adattarsi in questa Regione, anche grazie all’impegno dell’uomo e del clima.
Il Rosato ottenuto da vari uvaggi è di medio corpo e discretamente morbido.
Si presenta con un colore rosato cerasuolo, con un profumo gradevole, floreale e fruttato(frutti di bosco).
In bocca rimane armonico, morbido e di media struttura.
Si sposa bene, con carni rosse, primi piatti non troppo saporiti, salumi e formaggi.







Conoscenze ed apprezzamenti di un Vino.



Degustazione: Ogni prodotto alimentare per apprezzare le sue virtù  e i suoi pregi va degustato,il vino  in particolare .
La degustazione di un vino consiste nell’analizzare con i tre sensi: “Visivo,olfattivo e gustativo,per poi valutarne la qualità.
Bere semplicemente un vino si differenzia nettamente dalla degustazione,che invece è un atto svolto secondo una precisa metodologia (sensazioni percettive).
Quindi un vino per essere apprezzato ha bisogno di molte attenzioni.


L’esame visivo.


Colore:

Giallo paglierino molto tenue:
Questa tonalità è presente nei vini bianchi giovani e pronti,leggeri di corpo e di alcol.
Giallo paglierino con sfumature verdi:
Il colore di alcuni vini molto freschi,presentano pigmenti a tendenza verde,questi dovuti alla presenza di clorofilla,il vino tende a conservare il colore verde del frutto.
Giallo paglierino:
Tipico dei vini della gamma del giallo,si può notare più o meno carico d’intensità in ragione dello stato evolutivo.
Giallo oro:
Tonalità di giallo caratteristica ,derivante dalla varietà viticola,dalla scelta vendemmiale ed enologica.
Il giallo dorato non più acceso,può fornire indicazioni sullo stato evolutivo di un vino giallo paglierino,in conseguenza di una ossidazione.
Giallo ambrato:
Tipico dei vini passiti e liquorosi.
Rosa:
Colore appartenente ai vini rossi,con una colorazione intermedie o tenue.
Il vino di colore rosa può assumere diverse tonalità a seconda del tempo di permanenza delle bucce a contatto con il mosto.
Rosa chiaretto:
Vino di colore rosso tenue molto trasparente,vivace, tendente al colore rubino.
Rosso cerasuolo:
Vino con una tonalità caratteristica color ciliegia.
Rosso porpora:
Vino rosso con sfumature viola,questa particolarità si può notare allontanando l’occhio dal  centro del calice verso il bordo.
Rosso rubino:
Generalmente presente su tutti i vini rossi.
Rosso aranciato:
Lo assumono i vini di notevole corpo nel periodo della maturazione ottimale.




L’esame olfattivo.


Intensità:


Molto intenso:
Vino ricco di stimoli provenienti dalle tecniche di fermentazione o da un ottima maturazione,pronunciato e molto avvolgente.
Intenso:
Si dice di un vino ricco di stimoli odorosi la cui pienezza, arriva al ricettore in tempi leggermente più lunghi.
Abbastanza intenso:
Vino con stimoli leggeri e delicati.
Tenue:
Vino dal profumo leggero.
Leggero:
Vino che presenta un profumo poco pronunciato.

Nessun commento:

Posta un commento