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lunedì 10 settembre 2012

Fabriano





II territorio di Fabriano si trova a cavallo dell'Appennino umbro-marchigiano e per la sua felice posizione favorì fin dalla preistoria l'insediamento di comunità stabili. Numerose infatti le testimonianze di tale antropizzazione risalenti sin dal paleolitico. Nell'età del ferro si diffusero ampiamente, la civiltà picena e quella umbra, autoctone, mentre nel corso del IV secolo a.c. vi si attestarono igalli senoni di origine celtica. Dopo la conquista romana si svilupparono Attidium (Attiggio), già umbra, e Tuficum (Albacina), che raggiunsero la massima floridezza nel II-III secolo d.C.
Le invasioni barbariche dei secoli seguenti (V-VI) causarono il lento abbandono dei due municipi. Fu durante i secoli V-IX d.C. che gli Attidiati, secondo la tradizione, si rifugiarono in parte a sud-est verso il futuro castello di Collamato e, per la maggior parte, nella futura valle di Fabriano dove, con l'apporto di un altro popolo proveniente da Tuficum per lo stesso motivo, dettero vita al primo nucleo della città di Fabriano e ad alcune ville (oggi chiamate frazioni). Il primo nucleo della futura Fabriano, il castello di Castelvecchio, forse fu addirittura fondato nel 411d.C. subito dopo le invasioni barbariche. Da qui l'appellativo "Attidium mater Fabriani". La popolazione di Tuficum, inoltre, originò vari villaggi: Castelletta, Albacina e Moscano, oggi frazioni di Fabriano.  







Fabriano è una delle pochissime città al mondo dove ancora oggi si fabbrichi carta a mano, una testimonianza della volontà di non recidere i legami con una tradizione pluricentenaria.I preziosi fogli che escono dal reparto “tini” vengono utilizzati per edizioni di pregio, disegno artistico e stampe d’arte, corrispondenza e partecipazioni, diplomi di laurea, buoni del tesoro, ecc. Le materie prime di cui ci si serve per la loro produzione sono sceltissime: cotone, canapa, lino,coloranti speciali; e molto accurata è la preparazione dell'’impasto che viene effettuata per mezzo delle vecchie raffinatrici olandesi. La fase centrale della lavorazione è rimasta uguale a quella di 700 anni fa. Il “lavorente” ripetendo gli stessi gesti dei cartai fabrianesi del XIII secolo, immerge, con la sua mano sensibilissima, la forma nel tino e ne estrae ogni volta la stessa quantità di pasta che distribuisce uniformemente su tutta la superficie della tela. La forma è il mezzo con il quale si ottiene la feltrazione delle fibre; essa è costituita da una tela metallica delimitata da un telaio "casso” o “cascio”, a guisa di cornice non fissa ma che poggia unicamente sul perimetro della tela per consentirne la tenuta della pasta e delimitarne le dimensioni del foglio che verrà ottenuto. Poi non appena il foglio si è formato, il lavorente passa la forma al ponitore , il quale dopo aver lasciato per un momento scolare l’acqua, adagia la forma su un feltro di lana determinando il distacco del foglio della tela. Un foglio e un feltro sopra l’altro, si forma una pila o “posta” che viene viene messa sotto una pressa idraulica: avviene in questa maniera, la prima disidratazione dei fogli. Questa operazione riducendo il contenuto di acqua a circa il 50%, permette di distaccare i fogli dai feltri e disporli, così. Negli “stendaggi”, cioè appesi in grandi locali dove la circolazione dell' aria, alla temperatura ambiente, ne completa l’asciugamento. Subito dopo avviene l' operazione di collatura: i fogli cioè, si immergono in un bagno di gelatina animale che rende il loro interno impermeabile agli inchiostri e assicura una lunghissima conservazione nel tempo. A questo punto la carta è pronta per l' essiccamento definitivo che ha luogo disponendola nuovamente nello stendaggio. Infine si eseguono le operazioni di allestimento, con le quali la carta viene “rifinita” attraverso la “scelta”,”contatura”, “pressatura”, “satinatura”, “impaccatura” e “stagionatura” a magazzino. La capacità produttiva di un " Tino " è molto ridotta e al massimo raggiunge i 100Kg. giornalieri.







Tratto da Museo della Carta e  della Filigrana di Fabriano.


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